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La storia di Kiprogut, primo mito dell'atletica keniana

Nel 1964 vinse a Tokyo la prima medaglia olimpica del suo Paese

09-06-2021 di Freddie del Curatolo

“La mia scuola era distante 15 chilometri dal villaggio in cui vivevo. Avevo solo due opzioni: andare e tornare di corsa, per guadagnare più tempo possibile per il sonno e aiutare i miei genitori in casa, oppure rinunciare a studiare ed accudire le vacche per tutta la vita”.
A parlare è Wilson Kiprugut, ottantatreenne keniano di Kericho, che vive in una modesta casetta ed ancora coltiva l'orto nel mezzo delle splendide colline del té con la moglie Ruth, con cui quest’anno festeggia 60 anni di matrimonio. 
Prima dell’indipendenza del suo Paese, e prima di passare alla storia, una storia capace sempre più di dimenticare i suoi eroi che una volta erano davvero eroi, anche quelli sportivi.
La storia di Wilson Kiprugut è quella del primo atleta keniano a vincere una medaglia alle olimpiadi, la prima su 103 podi complessivi conquistati da suoi connazionali.
Corsi e ricorsi storici, era il 1964 e le olimpiadi si svolgevano a Tokyo, proprio dove torneranno tra pochi giorni, con una squadra olimpica keniana che per la prima volta raggiungerà, tra uomini e donne, cento atleti.
Wilson prima di quell’indimenticabile 29 ottobre 1964, aveva studiato alla Kapteswoa Intermediate School, che oltre a una licenza secondaria significava 4 anni di involontari allenamenti da 30 chilometri al giorno. Lo avevano capito tutti al villaggio, che il ragazzo aveva una marcia in più e lo mandarono, nel 1958, ai campionati dell'Africa Orientale. Lo misero a correre i 400 metri, e probabilmente fu per quello che non vinse, la sua velocità e la resistenza erano più adatte agli 800. Fu comunque notato dagli scout dell'esercito keniota che gli chiesero di arruolarsi nei “Kings Africa Rifle” per poter continuare la carriera di atleta. Le sue buone prestazioni, sui 400 e finalmente sulla sua distanza preferita, gli fecero guadagnare la partecipazione ai Giochi del Commonwealth del 1962 che si svolgevano a Perth, in Australia. Era la terza scelta, ma davanti aveva due compagni più grandi ed esperti, che infatti si guadagnarono la finale dei 400 mentre Kiprugut fu eliminato.
Erano tempi difficili, il Kenya si avviava verso l’indipendenza che sarebbe arrivata un anno più tardi e lo sport iniziava ad essere vissuto come una via di salvezza.
Ed ecco che nel 1964 Wilson ha la sua chance, quella di partecipare alle prime Olimpiadi con la bandiera del suo paese. Vola a Tokyo con i suoi compagni di staffetta: Kimaru Songoko, Peter Francis e Serafino Antao. Kimaru è il più forte e avrebbe probabilmente potuto vincere l’oro, ma si fa male prima di gareggiare nei 400. Così il giovane Kirugut deve correre anche per lui, ma lui è abituato a farlo, fin dai tempi di scuola. La distanza breve, l’abbiamo detto, non è il suo forte, ma negli 800 metri arriva terzo. E’ podio, è medaglia!
Soprattutto è un’incredibile festa a Nairobi e nella sua Kericho. Gente in strada con le bandiere, malgrado in pochissimi avessero potuto seguire la sua storica cavalcata in televisione. Per tutto il resto del mondo, la sua eleganza di gazzella per la prima volta mostra a tutti quello che sarà il futuro della corsa e dell’atletica leggera.
La sua medaglia è ancora appesa in camera da letto. Wilson la considera più importante dell’argento che avrebbe conquistato quattro anni dopo a Città del Messico. Lì corse come mai nessuno aveva fatto prima di allora. Nessuno, tranne un invasato australiano, Ralph Doubell che riuscì a stargli dietro e superarlo nel rettilineo finale. Dovette stabilire il nuovo record del mondo, 1.44’.3’’, per batterlo. Due decimi di secondo meno della gazzella keniana, il cui record continentale resisterà per anni.
Dopo altri trionfi a livello panafricano, Wilson Kiprogut si ritirò dall’esercito con il grado di sergente, dopo 15 anni di carriera di soddisfazioni per sé e per la sua giovane Nazione.
Ma non abbastanza soldi, quelli nell’atletica arriveranno qualche anno più tardi e se ora Kipchoge Keino, il connazionale recordman mondiale della maratona è milionario, Wilson e la moglie Ruth si sono dovuti guadagnare “quello scherzo di terra che il loro cuore doveva coltivare” come avrebbe cantato Lucio Dalla.
Ma Kiprogut non si è mai tirato indietro e riesce a farsi assumere da una multinazionale come controllore nelle piantagioni di té poco distanti da casa sua.
Kipchoge è passato qualche volta a trovarlo, qualche altro sportivo ogni tanto si ricorda di celebrarlo e a Tokyo 2021 di sicuro gli fischieranno le orecchie.
“Mzee, il vecchio, è ancora in forma” dicono i suoi figli, nessuno dei quali ha seguito le sue orme, né lui li ha mai forzati a farlo. Non è stato un milite ignoto, ma una leggenda dall’umiltà antica e dalla tenacia figlia del sacrificio e della voglia di crescere e migliorare insieme alla sua gente, che è giusto celebrare.

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