Reportage

REPORTAGE

Kilimanjaro: al cospetto del Grande Profeta

Dove bellezza e mistero danno un senso alla vita

21-06-2021 di Freddie del Curatolo

La montagna sacra appare dalla strada asfaltata che porta verso Oloitokitok, ultimo avamposto e mercato prima della Tanzania.
Da Nairobi per arrivarci non occorre più imbattersi nel traffico della camionale che porta a Mombasa e svoltare all'altezza di Emali. 
Ci si immerge poco a poco nella tranquillità passando dalle colline di Ngong, dai verdi prati di Kiserian e dalle ipomee del Kajado, altro spettacolo di stagione. Così come dalla costa si prende la silenziosa Tsavo Road fino all'ingresso del Sala Gate, per aggirare il più possibile traffico e civiltà.
Noi abbiamo deciso di viaggiare il giorno prima, avvicinarci e riposare, per goderci una giornata intera insieme al Mito.
Come fu per il popolo maasai quando secoli addietro si stabilì da queste parti dopo essere calato dalla Nubia, il Kilimanjaro diventa sacro, viene eletto divino al primo sguardo.
E’ l’occhio che ti dice che in tutta l’Africa non c’è nulla di più vicino al cielo, niente di naturale, non creato o modificato dall’essere umano, che si elevi così tanto verso l’ignoto, che vada a sondare il mistero.
Le sue tre vette sono come profeti, stregoni.
Sarà per questo che fino a duecento anni fa sputavano fuoco.
Sono tre i crateri che compongono la montagna vulcanica che arriva a 5895 metri d’altezza: il Kibo, il Mawenzi e lo Shira. Al centro, come un fantastico profiterol sormontato da panna montata, il ghiacciaio di Rebmann.
Di chilometro in chilometro, avvicinandoci, il grande profeta nel chiarore del mattino scopre le sue lenzuola di nuvole ed esce insieme al timido sole, per stagliarsi in tutta la sua magnificenza.
Abbiamo scelto di svegliarci con lui e ne siamo più che soddisfatti.
Essere al suo cospetto è una grande emozione, così diversa da quelle suscitate dalle tantissime altre variazioni sul tema del paradiso terrestre che il Kenya può offrire.
All’altezza del villaggione di Kimana, si torna sullo sterrato, prendendo la strada che porta all’ingresso del parco dell’Amboseli.
Il Kilimanjaro ci scorta alla nostra sinistra, si impone magnetico e illumina d’immenso il nostro cammino. Si fa adornare da campi di girasole, capanne di fango e rami secchi, acacie ossequiose e foglie di banano.
Poi la pienezza del panorama raggiunge il vertice massimo: guardando gli animali di savana che si muovono tranquilli alle sue pendici.
L’enorme sagoma di un elefante, specchiandosi nel sole irradiato dalla neve perenne diventa come un ciondolo d’argento sul petto di un vecchio saggio dalla folta barba bianca, le corna di un’antilope disegnano un’immaginaria rampicata verso le vette, zebre e facoceri si muovono sereni come se la montagna divina proteggesse anche loro.
E’ un paesaggio unico al mondo che vale la pena di essere vissuto almeno una volta, che entra nel cuore senza far troppa strada e abbina la pace di un silenzio fatto di vento e suoni di esseri in libertà a quella interiore.
Appena fuori dal Kimana Gate, prima di tornare al lodge, dove ci hanno dato il cottage con la vista migliore sul solitario Dio delle vette africane, c’è una pista sconnessa che sembra puntare dritta verso il sacro.
Ci invita ad inerpicarci e, se non fosse già pomeriggio inoltrato, vorremmo farla tutta per vedere dove finisce.
Se non è questa la metafora della nostra vita, non saprei come definire meglio come ci si sente davanti alla bellezza di qualcosa che s’innalza verso l’infinito e ci invita a fare lo stesso per dare un senso al nostro viaggio verso l’ignoto.

 

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