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Assolto Camellini, l'italiano in carcere in Kenya da 4 anni

Era stato accusato dall'ex compagna di abusi sul figlio di 3 anni

31-07-2026 di Freddie del Curatolo

La Corte Suprema del Kenya ha assolto definitivamente Paolo Camellini, 53 anni, originario della provincia di Mantova, ponendo fine a una delle vicende giudiziarie che più hanno colpito la comunità italiana nel Paese.
Dal carcere di massima sicurezza di Kodiaga, a Kisumu, dove l’artigiano era detenuto dal febbraio 2022, alla libertà. Il lungo calvario giudiziario di Paolo Camellini, iniziato dopo essere stato accusato dalla sua ex compagna keniana di aver abusato del figlio di tre anni, si è concluso con una sentenza che ribalta completamente quelle precedenti: prima l'ergastolo, poi la riduzione della pena a trent'anni e infine l'assoluzione definitiva. Una vicenda che racconta molto più della storia di un singolo italiano.

Per oltre quattro anni la famiglia ha continuato a ripetere che Paolo Camellini era innocente. Lui stesso non ha mai cambiato versione, e l’ipotesi di una vendetta della ex compagna con cui l’italiano non stava più assieme, sembrava quella più probabile, specialmente per chi conosce bene l’uomo. Ora la Corte keniana gli ha dato ragione, ordinandone l'immediata scarcerazione, come ha confermato l’avvocato del mantovano, Alex Rienye.
Ma il percorso che ha portato a questa decisione lascia interrogativi che vanno ben oltre il destino del cinquantatreenne mantovano.
Nel giro di pochi mesi era arrivata una pesantissima condanna all'ergastolo, poi ridotta a trent'anni dalla Corte d'Appello di Kisumu. Ora il verdetto definitivo ha completamente cancellato quella condanna, disponendo l'immediata scarcerazione.

La famiglia, dall'Italia, non ha mai smesso di sostenerlo, affrontando lunghi viaggi in Kenya per fargli visita e seguire da vicino il procedimento. Anche l'Ambasciata d'Italia a Nairobi ha mantenuto costanti contatti con i familiari e con il collegio difensivo durante tutto l'iter processuale.
Già nei primi ricorsi gli avvocati avevano evidenziato numerose criticità nelle indagini e nel dibattimento. Tra i principali motivi di appello figuravano l'utilizzo di un intermediario per raccogliere la testimonianza del bambino, all'epoca di appena tre anni, l'identificazione dell'imputato basata su elementi ritenuti insufficienti dalla difesa e diverse incongruenze emerse durante il processo.
L'Alta Corte di Kisumu aveva tuttavia respinto queste obiezioni, confermando la responsabilità dell'imputato pur riconoscendo l'eccessiva severità della pena inflitta in primo grado, ridotta da ergastolo a trent'anni in considerazione dell'assenza di precedenti penali.

La decisione finale della Corte Suprema cambia completamente il quadro, sancendo che la condanna non poteva essere mantenuta.
L'assoluzione certo non cancella i quattro anni trascorsi dietro le sbarre né le conseguenze personali e familiari di una vicenda che ha profondamente segnato il cittadino italiano, anche se lo stesso Camellini ha sempre dichiarato di essere trattato con riguardo, nonostante la detenzione lo provasse sensibilmente.

Ma soprattutto riporta l'attenzione su alcuni aspetti della giustizia keniana che continuano ad alimentare perplessità. Non è raro che procedimenti penali conoscano esiti profondamente diversi nei vari gradi di giudizio, fino a ribaltamenti completi delle sentenze. Un fenomeno che può essere letto come il fisiologico funzionamento del sistema delle impugnazioni, ma che in Kenya è spesso accompagnato da critiche sulla qualità delle indagini, sulla preparazione non uniforme degli organi investigativi e sulle differenti interpretazioni delle prove.

A questo si aggiunge un problema strutturale che lo stesso sistema giudiziario keniano riconosce da anni: la corruzione. Diversi rapporti della magistratura e della Ethics and Anti-Corruption Commission hanno evidenziato come tangenti, interferenze e pressioni indebite continuino a rappresentare una delle principali sfide per garantire processi pienamente equi, pur senza che ciò significhi mettere automaticamente in discussione ogni singola sentenza.

Nel caso Camellini, non esistono elementi pubblici che dimostrino episodi di corruzione collegati al procedimento. Tuttavia, il passaggio da una condanna all'ergastolo a una pena di trent'anni e infine all'assoluzione definitiva rende evidente quanto il quadro probatorio fosse tutt'altro che granitico.
Per la famiglia dell'italiano, che non ha mai smesso di credere nella sua innocenza, la decisione della Corte Suprema rappresenta finalmente la fine di un incubo.

 

TAGS: CamelliniergastoloabusiKisumuvicenda

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