DENTRO IL KENYA
19-07-2026 di Freddie del Curatolo
C'è un Kenya che inaugura autostrade, attira investimenti miliardari, sogna di diventare il polo africano dell'intelligenza artificiale e della finanza digitale.
E poi ce n'è un altro dove, nel 2026, una donna appena diventata madre o una parente che assiste un ricoverato deve uscire dall'ospedale con una tanica in mano, raggiungere un fiume e tornare indietro con l'acqua necessaria per lavare il pavimento, pulire gli indumenti o semplicemente garantire un minimo di igiene ai pazienti.
Succede al Longisa County Referral Hospital, principale struttura sanitaria della contea di Bomet, nel Kenya occidentale, dove da oltre due settimane i rubinetti sono a secco.
La causa non è una siccità eccezionale né un guasto all'acquedotto, ma una questione tanto banale quanto inquietante: il mancato pagamento della bolletta dell'elettricità da parte dell'amministrazione della contea ha interrotto il funzionamento del sistema di pompaggio dell'acqua.
Le conseguenze sono pesanti soprattutto nei reparti più delicati, come la maternità, la cucina e la lavanderia.
Secondo le testimonianze raccolte dalla stampa locale, molti pazienti non riescono a fare la doccia da giorni, mentre i familiari sono costretti a riutilizzare lenzuola e biancheria perché non esiste acqua sufficiente per lavarle.
Le immagini delle donne che trasportano secchi e taniche riempiti nei corsi d'acqua vicini raccontano più di qualsiasi statistica le contraddizioni di un Paese che cresce rapidamente, ma dove i servizi essenziali continuano troppo spesso a dipendere dalla buona volontà dei cittadini.
Per chi segue da tempo la realtà keniana, però, la vicenda ha il sapore amaro del déjà-vu.
Non è infatti la prima volta che il Longisa Hospital finisce al centro delle cronache per una crisi idrica. Già nel 2021, nel pieno della pandemia di Covid-19, la struttura aveva dovuto affrontare una situazione analoga, con gravi ripercussioni sull'assistenza ai pazienti e sulle condizioni igienico-sanitarie.
Cinque anni dopo, poco sembra essere cambiato.
È una delle tante facce del Kenya delle due velocità.
Da una parte Nairobi che ospita summit internazionali, startup tecnologiche e investimenti da miliardi di dollari; dall'altra ospedali pubblici che non riescono a garantire uno dei servizi più elementari: l'acqua corrente.
Eppure è proprio l'acqua, più ancora delle apparecchiature sofisticate, a rappresentare il primo presidio di salute in un ospedale. Senza acqua non si lavano gli strumenti, non si puliscono i reparti, non si garantisce l'igiene delle partorienti e dei neonati, non si prevengono le infezioni.
Così, ancora una volta, il peso delle inefficienze amministrative ricade sulle spalle dei cittadini, soprattutto delle donne. Sono loro, come accade da sempre in tante comunità africane, a trasformarsi in infermiere, addette alle pulizie e trasportatrici d'acqua, affinché un ospedale possa continuare, almeno in parte, a svolgere la propria missione.
È una scena che richiama un'Africa lontana, ma che purtroppo appartiene ancora al presente. E ricorda che lo sviluppo non si misura soltanto dai grattacieli, dalle autostrade o dagli investimenti stranieri, ma anche dalla capacità di garantire a ogni paziente un letto pulito... e un rubinetto da cui esca acqua.
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