EPIDEMIE
21-05-2026 di Freddie del Curatolo
Ogni volta che in Africa centrale compare la parola "Ebola", dall’altra parte del mondo qualcuno cancella un viaggio in Kenya convinto che Nairobi sia dietro l’angolo di una foresta con le scimmie infette. È il vecchio vizio geografico di considerare l’Africa un unico enorme Paese. Ma tra i focolai registrati tra Congo orientale e Uganda occidentale e le spiagge di Malindi ci sono migliaia di chilometri, confini, controlli sanitari e un sistema di sorveglianza che il Kenya ha già rimesso in moto.
Così il governo, in primis, prova a rassicurare i cittadini, ma anche residenti e viaggiatori, dopo l’allarme internazionale legato alla nuova epidemia di Ebola che sta colpendo alcune aree della Repubblica Democratica del Congo e dell’Uganda. E in effetti, almeno per ora, Nairobi può permetterselo: nessun caso è stato registrato nel Paese, mentre il Ministero della Sanità ha già attivato controlli rafforzati negli aeroporti, ai valichi terrestri e nei porti.
Il problema, semmai, è il solito paradosso africano: le distanze enormi contano poco nell’immaginario collettivo. Se c’è Ebola in Congo, per molti turisti europei “c’è Ebola in Africa”. Come se un’epidemia in Romania dovesse automaticamente svuotare le spiagge del Portogallo.
La situazione reale racconta altro. I focolai più gravi sono concentrati nell’est della Repubblica Democratica del Congo, nelle province di Ituri e South Kivu, aree instabili, difficili da controllare, segnate da conflitti armati, movimenti continui di popolazione e frontiere che, più che linee geopolitiche, spesso sembrano sentieri nel bush. Il virus ha già provocato decine di morti e centinaia di casi sospetti, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’emergenza sanitaria internazionale. L’Africa CDC ha classificato l’epidemia come evento di “alto rischio”, soprattutto per la trasmissione già avvenuta oltreconfine e per l’assenza di vaccini specifici approvati contro il raro ceppo Bundibugyo.
A preoccupare gli epidemiologi non è tanto il Kenya, quanto la natura stessa di quei confini africani orientali dove camionisti, commercianti, rifugiati e viaggiatori attraversano quotidianamente territori vastissimi. Uganda e Congo hanno rapporti commerciali intensi, e proprio la mobilità regionale è considerata uno dei fattori di rischio principali per una possibile diffusione transfrontaliera.
Per questo Nairobi non ha aspettato. Il governo keniota, attraverso il Kenya National Public Health Institute, ha attivato un sistema nazionale di emergenza con un Incident Management System operativo a livello centrale, squadre di risposta rapida attive 24 ore su 24 e centri di emergenza sanitaria in allerta nelle contee considerate più sensibili.
Secondo il Ministero della Salute, oltre 34 mila persone tra viaggiatori internazionali, autisti, passeggeri locali e operatori del trasporto sono già state sottoposte a screening sanitario. I controlli sono stati intensificati negli aeroporti internazionali, nei porti e ai valichi terrestri, mentre sono stati rafforzati anche i sistemi digitali di sorveglianza dei passeggeri e il monitoraggio dei movimenti nelle aree di frontiera considerate a rischio.
Gli aeroporti internazionali, compreso il Jomo Kenyatta International Airport di Nairobi, hanno rafforzato la sorveglianza sanitaria, mentre i laboratori del KEMRI a Nairobi e Kisumu, insieme al National Public Health Laboratory e a piattaforme mobili di analisi, sono stati predisposti per eventuali test rapidi. Anche compagnie aeree, ospedali privati e Croce Rossa keniota sono stati coinvolti nei protocolli di prevenzione, con verifiche sulla disponibilità di ambulanze nelle contee più esposte e sistemi dedicati al trasporto dei campioni biologici.
Questo non significa che il rischio sia inesistente. In Africa orientale la permeabilità dei confini è una realtà storica, e nessuno può escludere completamente casi importati. Ma significa anche che il Kenya oggi è molto più preparato rispetto alle grandi epidemie del passato. Gli anni del Covid hanno lasciato infrastrutture di controllo, sistemi digitali di tracciamento e una macchina sanitaria d’emergenza che può essere riattivata rapidamente.
Per chi deve viaggiare verso le coste del Kenya, verso Malindi, Mombasa o i safari del sud del Paese, la situazione al momento non comporta particolari restrizioni. Il consiglio resta quello più semplice e ragionevole: informarsi attraverso fonti ufficiali, evitare allarmismi da social network e seguire le normali precauzioni igieniche raccomandate dalle autorità sanitarie.
Anche perché il Kenya, da sempre crocevia dell’Africa orientale, sa bene che un virus può attraversare una frontiera molto più facilmente di un turista europeo impaurito. E proprio per questo, stavolta, ha deciso di muoversi prima del panico.
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