Editoriali

EDITORIALE

Da questo virus ebola si guarisce, basta curarlo

Nessun caso in Kenya, un solo morto in Uganda

02-06-2026 di Freddie del Curatolo

Di ebola, o meglio di questo ceppo del virus, il cosiddetto bundibugyo (e non boogie boogie come mi ha scritto qualcuno) si guarisce. E lo si fa semplicemente (ma una delle tante afriche di semplice non c'è nulla) ricevendo cure. Il dato di fatto arriva dall'epicentro dell'epidemia, la regione di Ituri in Repubblica Democratica del Congo. Cinque pazienti che hanno avuto la possibilità di essere curati, sono guariti, mentre si sa che almeno due terzi dei 246 morti (di cui solo 43 sono stati "ufficializzati" dalle autorità sanitarie) sono deceduti perchè non avevano chi potesse diagnosticargli il virus e anche solo somministrare loro un paracetamolo.

Questo deve essere detto e scritto prima di ogni altra notizia, e a seguire quella che dei nove casi in Uganda, un solo contagiato è morto nessuno degli altri è in pericolo di vita. Poco più di un'influenza con dissenteria e ossa rotte per loro, come la febbre dengue. Non una passeggiata di salute, ma nemmeno una via crucis verso l'aldilà.
Deve essere detto e scritto a vantaggio di chi ora sta pensando di non viaggiare verso tutta l'Africa orientale, le sue mete di turismo e quelle commerciali.

La situazione è questa e l'emergenza non significa che la situazione è grave e destinata a degenerare.
Le ultime notizie che arrivano da Bunia, capoluogo della regione di Ituri e centro dell'epidemia, confermano anzi che la battaglia contro il virus si può vincere. Dopo il primo guarito dimesso la scorsa settimana, altri quattro infermieri hanno lasciato l'ospedale tra gli applausi di colleghi e autorità sanitarie. Una piccola cerimonia che, in mezzo ai numeri e agli allarmi, vale più di molti comunicati ufficiali: dimostra che il Bundibugyo Ebola non è una sentenza automatica di morte. 

A sottolinearlo è stato anche il direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, arrivato personalmente a Bunia per incontrare i guariti. Il messaggio è semplice: individuazione precoce dei sintomi, assistenza medica, tracciamento dei contatti e collaborazione delle comunità locali funzionano. Infatti arrivano anche notizie sul fatto che alcuni medici tedeschi che sono riusciti a raggiungere Bunia e curare i pazienti con una medicina compatibile con il Bundibugyo, non sono contagiati dal virus e hanno buoni motivi per dire che non lo saranno.

Che poi è il vero problema del Congo orientale. Non il virus in sé, ma la difficoltà di raggiungere rapidamente chi si ammala in territori enormi, spesso privi di strutture sanitarie adeguate, attraversati da conflitti e da una diffidenza verso le autorità che porta molte persone a nascondere i malati o a rifiutare le misure di prevenzione.

Intanto la vita continua. A Bunia scuole, mercati e attività commerciali restano aperti. Non ci sono città fantasma, né scene da film catastrofico. Ci sono ospedali che lavorano, operatori sanitari che rischiano in prima persona e comunità che cercano di adattarsi a regole spesso difficili da accettare, come quelle che impongono procedure particolari per le sepolture dei morti sospetti di Ebola.

I numeri restano importanti: oltre mille casi sospetti nella RDC e circa 250 decessi attribuiti all'epidemia. Ma proprio l'esperienza di questi giorni conferma che il fattore decisivo continua a essere l'accesso alle cure. Dove il paziente viene identificato e trattato in tempo, le possibilità di sopravvivenza aumentano sensibilmente.

Per questo fanno sorridere amaramente certe reazioni che si registrano a migliaia di chilometri dall'epicentro. In Kenya, a Nanyuki, sono persino scoppiate proteste contro il progetto statunitense di realizzare una struttura di quarantena per eventuali cittadini americani da rimpatriare o isolare. Manifestazioni anche giuste, soprattutto perchè non è il governo a voler allestire il centro, ma il governo Trump, ma preventive in un Paese che, ad oggi, non ha registrato nemmeno un caso di Ebola. 

L'Ebola continua dunque a fare paura soprattutto perché porta con sé una fama costruita da decenni di immagini drammatiche. Ma il Bundibugyo che oggi circola tra Congo e Uganda racconta anche un'altra storia: quella di persone che si ammalano, vengono curate e tornano a casa. Una notizia che, forse, meriterebbe più spazio degli allarmismi che continuano a viaggiare più veloci del virus.

 

 

TAGS: ebolacongovirusquarantena

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