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Ecco perché l'Italia sbaglia a non riaprire al Kenya

Tiritò: "Corridoi turistici darebbero più sicurezza della situazione attuale"

13-12-2021 di Freddie del Curatolo

A due giorni dalla scadenza del decreto ministeriale firmato dal numero uno della Sanità italiana Roberto Speranza, è praticamente certo che non ci saranno aperture al turismo nell’Africa Subsahariana (quasi certamente anche nel resto del continente) e che non saranno introdotti nuovi “corridoi covid free” come il collega del Ministero del Turismo Garavaglia aveva prospettato.
L’alibi è fornito questa volta dalla variante sudafricana Omicron che, benché non stia mietendo alcuna vittima e nemmeno nella nazione africana in cui è stata scoperta sia motivo di preoccupazione, ha messo in stato d’allerta l’Europa intera. Europa che tra l’altro, Italia fortunatamente esclusa per ora, è anche alle prese con ondate supplementari di positività.
In realtà il Kenya avrebbe parecchi motivi per meritarsi una riapertura dell’Italia al turismo, in vista delle vacanze di Natale. Per illustrarle e fare un’analisi seria, Malindikenya.net si affida all’esperto imprenditore del settore alberghiero e dei viaggi, con quarant’anni di esperienza di collegamenti Italia-Kenya Pasquale Tiritò.
“Ci rendiamo conto che la situazione della pandemia in Europa spinge più i governi a provvedimenti restrittivi che non ad "aperture" ma nel caso del Kenya dobbiamo sottolineare la peculiarità del rapporto fra gli italiani e questo paese – spiega Tiritò - Il Kenya, agli occhi del nostro ministero della salute, ha uno svantaggio: la percentuale bassa di vaccinati, ovvero, ad oggi il 12% della popolazione adulta. Si tratta di un dato inferiore di 5 punti a quello dell' Egitto, che però è stato aperto per i corridoi del Mar Rosso (Sharm e Marsa Allam) e che è comunque ben distante dal 50% indicato come soglia di sicurezza dal nostro Ministero della Salute”.
Ci sono però indubbiamente alcuni punti a vantaggio del Kenya.
”Certo. Il Governo ha introdotto l'obbligo di certificazione vaccinale per tutti i viaggiatori maggiorenni in entrata a partire dal 21 dicembre. Si tratta di una misura rafforzativa di quelle già in atto come l'obbligo di test negativo 96 ore prima dell' arrivo. In più Malindi e Watamu sono già piene di italiani per il periodo festivo, non sappiamo se tutti in regola con le normative, visto che i controlli negli aeroporti italiani sono praticamente assenti, se non per i qr code e i green pass. Turisti o meno, se contraessero il Covid potrebbero essere un problema  per il nostro Ministero degli Esteri e per l' Ambasciata. Fra le diverse destinazioni turistiche, probabilmente con la maggiore presenza di italiani, certo più di Zanzibar o Sharm”.
Quindi un corridoio turistico potrebbe dare più sicurezza e costituire un fattore di rischio in meno anche per le nostre istituzioni.
“Esattamente, perché prevede l'organizzazione di un tour operator, obbliga i viaggiatori ad avere un’assicurazione che copra i rischi da Covid. Tutta quella fascia grigia di non controllati o senza i requisiti potrebbe essere incanalata in un contesto più sicuro. Tra l’altro, fare vaccinare il personale dei resort, gli addetti ai transfer e safari è cosa fattibile e si aggiunge ai protocollli già esistenti. In più la situazione sanitaria del paese, argomento che sembra essere ignorato, ha visto da un lato un indice di positività simile a quella italiano, ma da un altro una molto minore efficacia del virus. Sono ormai due settimane che non si registrano decessi, e i ricoverati in terapia intensiva sono sempre meno di 10, mentre i ricoverati in ospedale sono in tutto il Kenya intorno ai 200. Per concludere, un corridoio turistico non farebbe altro che rendere più sicura una situazione già esistente e potenzialmente apportatrice di maggiori problemi per i nostri connazionali e le nostre autorità”.

TAGS: turismo kenyaviaggi kenyatiritòcorridoi kenya

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