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EDITORIALE

Matrimoni, festival, bambini: l'agosto sulla costa senza italiani

Come si sta adeguando l'industria turistica balneare in Kenya

02-08-2021 di Freddie del Curatolo

L’anno scorso, di questi tempi, iniziavamo per la prima volta dopo mesi, a vedere il bicchiere di Tusker Lager mezzo pieno.
Il 1 agosto il Kenya aveva riaperto gli aeroporti internazionali ed accettava voli da tutto il mondo.
Buona parte della popolazione globale era speranzosa che la pandemia potesse evaporare prima dell’autunno e che la crisi economica potesse essere contenuta, in modo da riprendere al più presto a viaggiare.
Dall’altra parte, quella del bicchiere mezzo vuoto di spritz, l’Italia non permetteva il turismo (come tuttora, e il bicchiere è sempre più vuoto) e imponeva una quarantena di 14 giorni al ritorno, per residenti e chi poteva (o osava) arrivare.
Abbiamo assistito al primo agosto dopo tanti anni in cui Malindi e Watamu, come peraltro il resto della costa keniana votata al turismo, ha potuto contare quasi esclusivamente su clientela locale, di Nairobi e dintorni.
Quest’anno saremo poco più che nello stesso “climax”. Qualche proprietario di case in più e qualche spavaldo che approfitta degli scarsi controlli negli aeroporti italiani arriverà, ma non sono certo numeri da poter soddisfare chi vive di turismo.
La differenza è che molte attività italiane, dagli hotel ai ristoranti e bar, in quest’anno solare hanno fatto pratica e si sono convertite almeno in parte ad un’offerta più vicina alle esigenze dei keniani o di vacanzieri stranieri ma non connazionali.
Ci sono famiglie di dipendenti di organizzazioni internazionali, europei residenti a Nairobi che scelgono il mare per le loro ferie d’agosto, tedeschi che possono tornare (i loro viaggi per turismo sono solo sconsigliati e al ritorno la quarantena è di soli 5 giorni, con tampone rapido all’arrivo e altri a seguire, come si dovrebbe fare anche in Italia) ed altri cittadini dell’Europa dell’Est e non Schengen.
Fa sempre strano vedere Malindi senza italiani, ma ci si deve e ci si può abituare, perché nulla sarà più come prima.
Difficile pensare, almeno fino a dicembre 2022, al ritorno del turismo di massa, quello dei tour operator e dei grandi villaggi. Ma forse occorre anche ripensare quel tipo di turismo. Come avviene per certe strutture che scelgono i “periodi morti” per le ristrutturazioni, così ci sarebbe da capire come ripensare le vacanze nelle destinazioni esotiche, al netto dei villaggi turistici, delle animazioni, di quelle modalità inclusive ormai probabilmente superate.
Se il futuro degli italiani in Kenya sarà dunque legato ad un turismo consapevole, ai safari, alle esperienze (e molti boutique hotel si stanno votando intelligentemente a questo) e magari tornerà ad essere un turismo “di serie A”, in questo periodo bisognerà fare palestra e mettere fieno in cascina con altre nazionalità, compresa la maggioranza che è quella di casa.
Ecco che il marketing, più che sulle “experience” propone location per matrimoni e celebrazioni, profumo di hamburger più che di gamberoni e aragoste sulla spiaggia, festival musicali (attualmente giornalieri, ma negli hotel per chi prenota la camera durano tutta la notte), bevute 3x2 (o meglio, 12x8) e offerte per famiglie.
Ad agosto Watamu si colorerà di eventi, per l’appunto organizzati da hotel: fari puntati sulla terza edizione del 7 Islands Festival sulla spiaggia di Paparemo, e successivamente sulla seconda edizione del Festival del Temple Point. A Vipingo vi sarà un altra “Beach Fest”. Sono gli allegri eventi “attiragiovani”, con deejay e balli, cocktail e tripudio di vlogger, selfie e nuovi hippies. Nel contempo molti hotel si attrezzano per ospitare famiglie cariche di prole. Giochi e attrazioni per bambini, istruttori di nuoto, televisori in ogniddove. Mancano solo cioccolatini che scendono dalle palme ogni due ore e piscine insonorizzate con barriere antiurla.
D’altronde chi ha scelto il mestiere dell’accoglienza, dell’hospitality, deve guardare e rispettare il mercato, essere in continuo aggiornamento e adeguare la sua offerta. Altrimenti tanto vale che chiuda.
Raccogliere la sfida di un nuovo tipo di turismo può essere stimolante, così com, specialmente per Malindi, inserire sempre un po’ di italianità nella propria proposta ai keniani e agli stranieri, facendola vivere come un’eccellenza e non come un’impenitente volontà di resistere sui propri capisaldi. Più facile per Watamu, dove la commistione tra le diverse entità è sempre stata alla base del successo della cittadina, e decisamente più eccitante per Kilifi che inizia oggi ad essere considerata una meta interessante e che ha puntato su giovani alternativi, ecosostenibilità ed inclinazioni artistiche prima di altri.
Paradossalmente, chi piange in questo periodo la mancanza di italiani come una disgrazia economica, dovrebbe guardare all’industria turistica di Mombasa e delle sue propaggini balneari (Bamburi, Shanzu Beach, Nyali) che con le loro tante ed enormi strutture alberghiere hanno bisogno di numeri altissimi per sopravvivere e mantenere un certo livello di servizi. Per continuare a farlo hanno abbassato i prezzi in maniera esagerata, accettando ospiti quasi improponibili, o cercando soluzioni estreme come il turismo ucraino o lituano. Se le ex destinazioni “italiane” dovranno esplorare nuovi mercati, sarà fondamentale non calare eccessivamente le “braghe”.
Perché scendere di livello è abbastanza facile, tornare su quasi impossibile.
 

TAGS: turismo kenyacosta kenyaitaliani kenya

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