KENYA NEWS
02-04-2026 di Freddie del Curatolo
Il grande accordo con l’Arabia Saudita doveva portare il gas nelle case dei keniani a prezzi accessibili.
Bombole a basso costo, uguale milioni di famiglie liberate dal carbone, una rivoluzione domestica finanziata attraverso i meccanismi della finanza climatica globale.
Doveva.
Perché oggi quel progetto è fermo, impantanato tra tasse, ritardi e promesse mancate. E così, mentre sulla carta il Kenya parla di transizione energetica, nella realtà quotidiana si prepara a fare un passo indietro: dal gas alla brace.
Il futuro in Kenya ha il simbolo di una fiamma blu: pulita, moderna, quasi elegante. Una di quelle cose che fanno sentire un Paese nel posto giusto della storia, accanto alle parole “transizione”, “sostenibilità”, “carbon credits”. Poi si ripiomba nella realtà, che in Kenya ha spesso l’odore acre del carbone.
Si torna alla brace, senza essere mai stati davvero nella padella.
Non per nostalgia, ma per necessità.
Il fallimento dell’accordo con i sauditi non è solo una notizia economica. È una piccola crepa geopolitica che si apre nella cucina di milioni di famiglie.
Perché dietro quella promessa c’era un disegno più grande: scambiare carbon credits con modernità domestica, trasformare il fumo nero in fiamma controllata, portare il Kenya un passo più vicino a quel futuro dove si cucina senza tossire.
E invece no.
Il programma, sostenuto da capitali arabi e legato ai meccanismi globali della finanza climatica, si è inceppato. Burocrazia, tasse, condizioni economiche: il risultato è che le bombole non arrivano, o arrivano troppo care. E quando il gas costa troppo, il povero non fa filosofia energetica. Torna a bruciare legna e ad affumicare case e baracche.
È sempre così, in fondo. La transizione ecologica è bellissima finché qualcuno la paga. Quando il conto arriva sul tavolo della periferia, la sostenibilità diventa un lusso.
E il Kenya, che sulla carta è una potenza verde – quasi il 90% dell’elettricità da rinnovabili – scopre il suo paradosso più crudele: puoi avere l’energia pulita nelle centrali, ma se non arriva nelle cucine, resta teoria.
Così il Paese si ritrova incastrato tra due mondi. Da una parte i grandi summit sul clima, i crediti di carbonio, i partner internazionali. Dall’altra la realtà quotidiana di chi deve cucinare ugali con quello che può permettersi.
E nel mezzo, un sistema fragile.
Non è solo l’accordo con gli sceicchi. È un domino che cade. Prima il rallentamento del gas, poi il collasso di alternative come il bioetanolo – basti pensare alla crisi di KOKO Networks, che aveva spostato oltre un milione di famiglie lontano dal carbone prima di chiudere lasciando tutti al punto di partenza.
Quando queste soluzioni saltano, non resta un vuoto. Resta il passato.
E il passato, in Africa, non è mai davvero passato.
È lì, accatastato nei sacchi di carbone venduti ai bordi delle strade, nei boschi che arretrano piano, nelle motociclette cariche di ciocchi illegali che sfrecciano bellamente davanti alle stazioni di polizia come befane a cavallo della scopa, nelle case dove il fumo si attacca ai muri e ai polmoni dei bambini.
La verità è che la geopolitica dell’energia, vista da Kisumu o da Kibera, dalla costa al Monte Kenya, non è fatta di accordi miliardari ma di scelte quotidiane: gas o carbone, salute o risparmio, futuro o sopravvivenza.
E quando il futuro non è accessibile, la sopravvivenza vince sempre.
C’è anche un’altra ironia, più sottile. Il Kenya ha passato anni a difendersi da progetti come la centrale a carbone di Lamu, simbolo di un passato fossile che si voleva evitare.
E ora rischia di tornare al via…senza nemmeno costruire la centrale (oltre che senza passare dalla prigione).
Non per scelta strategica, ma per fallimento sistemico.
È questa la vera storia: non il ritorno al carbone, ma l’incapacità di uscirne davvero.
Un Paese che corre verso il futuro con una mano, mentre con l’altra continua a raccogliere legna.
E alla fine, più che una transizione, sembra una danza sul posto.
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