KENYA NEWS
09-07-2026 di Freddie del Curatolo
Dopo mesi di indiscrezioni e ipotesi tra Tanzania, Mombasa e Kenya, il verdetto è arrivato: la più grande raffineria dell'Africa orientale sorgerà a Lamu. Una scelta destinata a cambiare gli equilibri energetici della regione, ma anche a riaccendere un dibattito mai sopito sul futuro di uno dei luoghi più preziosi della costa africana.
Adesso è ufficiale. La gigantesca raffineria che il magnate nigeriano Aliko Dangote intende realizzare nell'Africa orientale sorgerà a Lamu, in Kenya. Dopo mesi di indiscrezioni e smentite, è stato il vicepresidente della divisione Oil & Gas di Dangote Industries, Edwin Devakumar, a confermare che il progetto sarà realizzato nell'arcipelago kenyano e richiederà circa trenta mesi di lavori.
Con una capacità prevista di 700 mila barili al giorno, l'impianto sarà il più grande dell'Africa orientale e rappresenterà il principale investimento estero del gruppo dopo la colossale raffineria di Lagos. Secondo l'azienda, il sito di Lamu è stato scelto fin dall'inizio per ragioni logistiche, infrastrutturali e di mercato, nonostante nei mesi scorsi fossero state considerate anche la città tanzaniana di Tanga e il porto di Mombasa.
Per il Kenya si tratta di una svolta strategica. Il Paese non sarà soltanto un hub per la raffinazione del greggio proveniente dalla regione, ma potrà finalmente valorizzare anche le proprie risorse petrolifere. Dopo l'uscita di scena delle multinazionali Tullow Oil e TotalEnergies dai progetti di sviluppo dei giacimenti del South Lokichar Basin, nella contea di Turkana, il governo di Nairobi ha ripreso in mano il dossier attraverso nuovi partner, con l'obiettivo di avviare la produzione commerciale entro la fine dell'anno.
L'idea è quella di integrare la produzione nazionale con quella dei Paesi vicini, trasformando il Kenya nel centro della filiera petrolifera dell'Africa orientale. Il presidente William Ruto aveva già indicato in aprile la futura raffineria come il punto di arrivo del greggio proveniente non solo dal Turkana, ma anche da Uganda, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo, anche se rimangono ancora molte incognite sulle infrastrutture necessarie per trasportare tali quantità di petrolio fino alla costa.
Ma se il mondo dell'energia guarda a Lamu come a una straordinaria opportunità economica, ambientalisti e conservazionisti osservano il progetto con crescente preoccupazione.
L'arcipelago è infatti uno dei luoghi più delicati e affascinanti dell'intera costa swahili. La Città Vecchia di Lamu è iscritta nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO dal 2001 per il suo eccezionale valore storico e culturale: un intreccio di architettura swahili, influenze arabe, persiane e indiane che ha attraversato oltre sette secoli di storia.
Negli ultimi anni l'area aveva già subito profonde trasformazioni con la costruzione del porto per il progetto LAPSSET che aveva suscitato numerose contestazioni per gli impatti sulle mangrovie, sui fondali marini, sulla pesca tradizionale e sugli ecosistemi costieri. L'arrivo di una raffineria di dimensioni persino superiori a quella già realizzata in Nigeria rischia ora di riaprire tutte quelle ferite, aggiungendo nuovi timori legati alle emissioni, all'inquinamento industriale e all'aumento del traffico navale.
Per molti osservatori il riconoscimento UNESCO rischia così di assumere un valore sempre più simbolico. Se la tutela internazionale non riuscirà a incidere realmente sulle scelte di sviluppo, il titolo di patrimonio dell'umanità potrebbe apparire sempre più come un prestigioso marchio privo di reale capacità di protezione.
Il governo keniano, dal canto suo, considera invece il progetto un tassello fondamentale della strategia di industrializzazione del Paese. Ridurre la dipendenza dai carburanti raffinati importati, creare occupazione e trasformare il Kenya nel polo energetico dell'Africa orientale sono obiettivi che Nairobi ritiene prioritari.
Ancora una volta, però, Lamu si trova al centro di un equilibrio difficile. Da una parte la memoria di una civiltà millenaria e di un ambiente unico sull'Oceano Indiano. Dall'altra la promessa di miliardi di dollari di investimenti e di un ruolo da protagonista nella nuova geografia energetica del continente. La sfida, come spesso accade in Africa, sarà capire se sviluppo e conservazione riusciranno davvero a convivere, o se uno finirà inevitabilmente per sacrificare l'altra.
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