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CRISI

Perchè in Kenya non c'è benzina e quanto durerà

La crisi russa, le compagnie petrolifere e la liquidità

05-04-2022 di redazione

Nonostante l’ottimismo dell’ente nazionale del petrolio, in Kenya da oggi molti distributori sono chiusi e altri vengono presi d’assalto fino ad esaurimento delle scorte.
Era dal 2008, in pieno caos post-elettorale, che il Kenya non sperimentava una carenza di carburante simile nel paese. Mentre il viceministro delle risorse petrolifere Andrew Kamau chiama in causa la “corsa al pieno” secondo lui sconsiderata e spiega che da sempre il mercato del carburante è regolato da pagamenti postdatati ad un mese ed è scettico sulla richiesta di una trattativa per accorciare i tempi al pagamento quindicinale, l’EPRA punta il dito sulla tesoreria nazionale, rea di non aver proceduto con l’erogazione delle sovvenzioni alle compagnie petrolifere facendo aumentare il debito a livelli mai visti prima. Intanto ci sarebbero già navi cargo piene di greggio ferme al porto di Mombasa che prima di dare cammello vorrebbero vedere moneta sonante.
Ecco quindi perché le stazioni di servizio sono rimaste senza carburante. C’è da considerare che siamo anche in tempo di elezioni ed aumentare i prezzi della benzina e del diesel è una delle mosse più impopolari che un Governo possa fare.
Per questo, dal novembre dello scorso anno, Kenyatta ha mantenuto stabili i prezzi del carburante tagliando i margini delle compagnie di commercializzazione del petrolio nonostante l'aumento dei prezzi internazionali, rimborsandoli attraverso uno schema di sovvenzione.
Con l’invasione russa in Ucraina e lo scoppio della guerra, i prezzi globali del greggio sono saliti bruscamente, portando a carenze nell'approvvigionamento di petrolio, mentre i paesi occidentali hanno imposto sanzioni a Mosca, compreso un divieto sul suo petrolio.
La Russia è il terzo produttore mondiale di petrolio ed anche il Kenya importa petrolio da Mosca. Questo ha portato a un forte aumento del costo del carburante raffinato nel paese, costringendo il governo, lo scorso 14 marzo, ad aumentare il prezzo della benzina e del diesel di 5 scellini al litro. Nonostante l'aumento dei prezzi, il governo ha mantenuto i margini delle compagnie petrolifere a zero, il che significa che tutto il carburante venduto non ha generato nuovi introiti per loro, che attendono quindi i rimborsi da parte del Ministero del Tesoro. Questo ritardo ha portato le compagnie, che attendono 13 miliardi di scellini accumulati in 5 mesi, a guardarsi intorno e iniziare a vendere le proprie scorte dal porto di Mombasa ad altri Paesi limitrofi, come Ruanda, Tanzania, Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove sono garantiti contanti immediati sulle vendite. Restava la possibilità dei commercianti di petrolio indipendenti, che rappresentano una grossa rete in Kenya attraverso piccoli distributori, ma anche loro non sono abituati a pagare in contanti, ma solo dopo aver venduto le quote a loro riservate.
Inoltre non hanno la forza finanziaria per comprare qualsiasi combustibile che si renda disponibile a causa dei ritardi nel pagamento dei sussidi.
Ora le aziende petrolifere attendono segnali dal Governo, che fino ad oggi ha ripetuto il mantra: “Il ciclo mensile dei pagamenti dà stabilità ai prezzi”. Kenyatta ha rassicurato i suoi cittadini, e c’è già chi ipotizza un acquisto minimo in contanti nei prossimi giorni ed un razionamento a 1000 scellini pro capite. Che per gli autotrasportatori, i matatu (già sul piede di protesta) e tanti lavoratori autonomi è comunque inconcepibile. Gli scenari restano aperti ma per risolvere la questione, sicuramente qualcuno dovrà mettere mano al portafogli.

TAGS: benzina kenyapetrolio kenyacrisi kenya

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