KENYA NEWS
01-10-2025 di Freddie del Curatolo
L’UNESCO, che ogni tanto ama ricordarci che la Terra non è ancora un centro commerciale a cielo aperto, giusto perché ci sono ancora negozi da affittare al suo interno, ha deciso di aggiungere 26 nuove riserve della biosfera alla collezione globale. In totale fanno 785, sparse in 142 paesi, come figurine di un album che nessuno completerà mai perché l’ultima è in vendita a prezzi da asta Sotheby’s.
Le new entry sono posti dove la natura si ostina a resistere al nostro entusiasmo suicida. C’è un arcipelago indonesiano che da solo ospita tre quarti dei coralli della Terra (mentre gli altri, dal canto loro, dalle Seychelles alle isole Andamane, ospitano tre quarti della plastica prodotta nel mondo). C’è un pezzo di Islanda che concentra il 70% della flora nazionale — probabilmente perché nel resto del Paese ci sono solo vulcani, pecore e gin artigianale.
E poi c’è l’Angola, dove la nuova riserva di Quiçama mette insieme savane, estuari, elefanti, lamantini e contadini che allevano vacche e producono miele, sperando che nessuno li sfratti in nome della biodiversità.
L’idea di fondo è geniale e disperata allo stesso tempo: proteggere la natura senza dimenticare che la gente lì ci vive. Quindi la biosfera non è solo giaguari e fenicotteri, ma anche turisti col binocolo e pescatori che fino a ieri lanciavano la dinamite in mare e oggi si improvvisano allevatori di pesci grazie agli scienziati col camice. “Così hanno cibo e anche pesce da vendere nei mercati”, ha detto un funzionario dell’UNESCO. Una frase che suona tanto come: prima affamiamo le barriere coralline, poi facciamo la carità con l’acquacoltura.
Se poi andiamo a vedere cosa capita alla foresta di Arabuko Sokoke a Watamu, dopo che è stata dichiarata biosfera, possiamo dormire sonni tranquilli come quelli dell’azienda cinese che porta avanti le rilevazioni sulle terre rare del sottosuolo, e dei bracconieri di legna che segano via specie autoctone di piante secolari.
Nel resto dell’Africa, invece, si alternano storie di speranza e disperazione. São Tomé e Príncipe, ad esempio, ha deciso di trasformarsi tutto intero in riserva della biosfera. Una mossa pratica: così non serve più distinguere tra ciò che è protetto e ciò che è già in svendita.
Ma poi c’è la Nigeria, dove la Omo Forest Reserve, una delle più antiche del continente, ospita gli ultimi elefanti africani di foresta. Peccato che sia anche terreno perfetto per piantare cacao. Natura contro cioccolata: indovinate chi vince.
Intanto l’UNESCO annuncia piani decennali, database digitalizzati e satelliti che monitorano i disastri. Bellissimo. Peccato che il 60% delle riserve sia già colpito da tempeste, siccità e mari che si alzano come prezzi in un supermercato inflazionato.
E mentre l’umanità si barcamena tra il salvataggio delle mangrovie e la vendita di souvenir a forma di dugongo, dall’altra parte dell’oceano Trump (che non delude mai) ha annunciato che dal 2026 gli Stati Uniti lasceranno l’UNESCO. Perché proteggere la biosfera va bene, ma solo se non interferisce col barbecue del 4 luglio.
In fondo, il messaggio è chiaro: la natura va rispettata, ma solo finché non ostacola l’economia. Poi, se avanza tempo, la mettiamo in una teca, come un trofeo polveroso, e ci scriviamo sopra: Qui un tempo c’era vita.
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