L'angolo di Freddie

L'ANGOLO DI FREDDIE

'Vorrei...' un'altra solidarietà in Africa

Contro una narrativa sbagliata, superficiale e di comodo

24-05-2026 di Freddie del Curatolo

Vorrei che nessuno fotografasse più bambini africani vestiti di poco o nulla, sorridenti nei loro villaggi poveri davanti all'uomo bianco che li immortala con in mano un sacchetto di biscotti, matite o caramelle come ostie di una religione coloniale mai davvero finita, e che ci si fa pure i selfie raccontando come si trova bene con loro, come gli sono riconoscenti e come li sta aiutando, magari chiedendo a chi non ha la fortuna o la voglia di farsi una vacanza "consapevole" in Kenya di fare lo stesso, tramite loro.

Vorrei che nessuno propagandasse il suo modo di "fare del bene" come quello più responsabile, appassionato, giusto e utile per chi ha bisogno, che nessuno pensasse che portare regali di qualsiasi tipo faccia davvero bene alla popolazione locale, che gli insegni come uscire dai loro problemi, dal degrado, come imparare a farcela, a crescere ed unirsi. Perchè crea invece aspettative, fatalismo, dipendenza e al massimo un sollievo effimero.

Vorrei che nessuna onlus o associazione italiana per le sue pubblicità pagate con i soldi di chi le sostiene per altri motivi, dipingesse i destinatari della loro solidarietà con toni pietistici da ultima spiaggia, evidenziandone la povertà, le condizioni di salute precarie, la mancanza di assistenza, usando i minori come attori inconsapevoli, pur se di qualcosa destinatari, di un circo dell'elemosina con i più facili luoghi comuni dell'Africa.

Vorrei che nessuno chiamasse “missione” una settimana al mare con due visite in orfanotrofio e una valigia piena di magliette usate. Che la vacanza in Kenya non fosse lo sfondo morale delle vacanze occidentali. Che nessuno confondesse la commozione con la comprensione, o la beneficenza con la giustizia.

Vorrei che almeno una volta ci si soffermasse anche sulle mani degli africani quando lavorano, costruiscono, insegnano, pescano, trafficano, inventano, sbagliano, comandano, studiano, rubano, litigano, investono, sognano. Insomma: quando vivono. Non soltanto quando chiedono e ricevono.

Vorrei che si capisse finalmente che regalare qualcosa è la parte più facile del mondo.

Molto più difficile è rinunciare al bisogno di sentirsi salvatori. Vorrei che qualcuno spiegasse ai volontari con la sindrome del selfie umanitario che la povertà non è una scenografia esotica per anime in cerca di assoluzione. E che la dignità non aumenta in proporzione ai “mi piace”.

Vorrei che almeno una pubblicità smettesse di raccontare l’Africa come un continente inginocchiato e immobile, eternamente in attesa di una mano bianca che arrivi dall’aeroporto con medicine, palloni e buoni sentimenti. Vorrei che si raccontasse anche l’altra Africa: quella che ogni mattina si salva da sola senza sponsor, senza raccolte fondi e senza musica triste in sottofondo.

Vorrei che gli africani tornassero ad essere esseri umani completi nella narrazione occidentale: non simboli, non vittime professionali, non mascotte della compassione. Che nessuno insegnasse ai bambini che il benessere arriva sempre da fuori, sempre da qualcuno più ricco, sempre da chi atterra con le scarpe pulite e riparte dopo una settimana con la coscienza stirata e profumata.

Vorrei che chi aiuta davvero lo facesse quasi in silenzio, senza instagram, facebook e tik tok, senza scrivere su un banco di scuola il suo nome o dedicare ad un parente morto una scuola elementare. Senza trasformare ogni carezza in propaganda e ogni quaderno regalato in autobiografia morale.

Vorrei che si investisse meno nelle festicciole a scuola con dolciumi e palloncini colorati, e più negli stipendi degli insegnanti africani. Meno nei container di roba inutile e più nelle competenze.

Meno nelle elemosine emotive e più nelle infrastrutture, nella formazione, nell’autonomia. Vorrei che si smettesse di chiamare “aiuto” tutto ciò che serve soprattutto a chi lo offre.

Vorrei che un giorno, davanti a una scuola di Watamu o Mathare, nessun bambino corresse più verso il turista bianco gridando “help me”, “gift?”, “money?”. E parlando in italiano già a 5 anni, senza che sia stata la scuola o la curiosità ad insegnarglielo.

Perché quelle parole di carità telecomandata dagli adulti, sono forse il lascito più velenoso della solidarietà che non solo non serve a nulla, ma che è addirittura nociva.
Vorrei che il mondo smettesse di amare l’Africa soltanto quando è povera abbastanza da farlo sentire buono.

TAGS: Solidarietàcaramelleselfiesuperficiale

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