L'angolo di Freddie

RACCONTI

Un mzee al cospetto del grande uccello

Nonno Kazungu va in Italia (seconda puntata)

17-03-2022 di Freddie del Curatolo

L’entusiasmo misto aspettative misto curiosità misto ansia dell’ignoto mistogiàcagandosotto era tutto rivolto all’Italia, ma appena arrivato a Mombasa nonno Kazungu si rese conto che c’era un ostacolo da superare, un ostacolo grande e grosso come un uccello preistorico di lamiera.
"Mi fa sempre sorridere il fatto che nella vostra lingua chiamiate l’aereo – ndege -, uccello" disse lo Svaporato, che forse aveva letto nello sguardo del vecchio, appena sceso dal pulmino, un velato terrore. "Senza nemmeno specificazioni, non - ndege kubwa – o altro, mi fa pensare davvero al primo keniota che vide volare nel cielo un aereo, che sicuramente apparteneva a qualche esploratore dell’aria inglese degli anni Venti, quindi era davvero simile a un grosso e buffo volatile".
"Un po’ come la locomotiva – aggiunse Kadenge Davide, mentre i quattro si avviavano verso il check-in, cercando di tenere il passo spedito della signora Ottavia – che noi chiamiamo – gari la moshi -, letteralmente - macchina del fumo -, anche in quel caso immagino un masai in savana, quando vide il primo convoglio della linea Mombasa-Nairobi esclamare – gari la moshi! – e scappare via come posseduto dal demonio".
Anche il nonno si sentiva come posseduto, da un’agitazione mai provata prima. Provò a ripescare quello stato d’animo negli archivi della sua lunga memoria e arrivò al primo giorno di lavoro, quando da Kakoneni era sceso con il padre a Malindi ed era stato indirizzato nella villa sul mare di una coppia d’inglesi. Non aveva mai visto il mare e aveva sempre ascoltato leggende giriama sulla vasta distesa d’acqua popolata di terribili mostri marini che talvolta uscivano dall’acqua e si mangiavano gli sprovveduti che si avventuravano troppo vicino alla riva.
Ciò che provava era paura!
Paura di sollevarsi da terra, paura di volare!
"Nonno, pensa che tuo nipote ci è salito almeno dieci volte su quell’uccellone – ridacchiava Kadenge, cercando di rassicurarlo, memore dell’angoscia del suo primo viaggio, mitigata parzialmente dall’incontro occasionale con una biondina olandese – è un prodigio della scienza, devi viverne la parte eccitante, sarai parte di un miracolo creato dall’uomo"
"Preferisco i miracoli creati dalla natura, come l’asino…"
Gli ufficiali della dogana erano pronti a chiedere una mancetta alla signora Ottavia, che procedeva con sguardo austero, ma si bloccarono quando videro insieme a lei due connazionali e una specie di mzungu con il bush sulla testa e il passo poco occidentale.
"Portiamo il mio vecchio padre in Italia – spiegò Kadenge in kiswahili – ha bisogno di cure speciali, questi mzungu hanno fatto tanto per lui e per me, sono bravi e mangiano ugali come noi"
"Sì, ma la signora ha un rolex al polso e il telefonino è un iPhone 13 Pro Max…- precisò il boss della dogana aeroportuale – qualcosa anche per noi ci poteva stare…"
Salirono sull’uccellone con un’ora di ritardo e a nonno Kazungu fu riservato il posto vicino al finestrino. Come un ragazzino, il vecchio appoggiò il mento al bordo dell’oblò, sembrava un cucciolo di bulldog in gita domenicale. Esplorava ogni hangar del Moi International airport, valutava il lavoro dei facchini, controllava la guida zigzagante del montacarichi, leggeva "Air Zimbabwe" sulla fiancata di un volatile più piccolo.
Il rumore dei reattori gli arrivò allo stomaco come l’incornata di un caprone ribelle. Per un attimo chiese a se stesso, con lo sguardo preso in prestito al bulldog, se era il caso di alzarsi e spiegare a tutti, dentro quel ventre di rinoceronte gigante, che si era trattato di un errore, che lui in Italia non ci voleva andare. Poi si disse che non era vero, che lui in Italia desiderava andarci fin da quando aveva trent’anni e che l’errore era stato semmai non specificare con che mezzo avrebbe voluto recarsi nel mondo occidentale.
Con l’asino, possibilmente.
O al limite in treno.
"Nonno – lo destò lo Svaporato, seduto al suo fianco mentre il nipote già tampinava una hostess, sotto lo sguardo severo della signora Ottavia che gli concedeva una provvisoria libertà vigilata – pensa che tra un attimo traforeremo le nuvole e passeremo dall’altra parte del cielo!"
"Per tutta la vita ho creduto di andarci in un’altra maniera – rispose il vecchio, che appariva più sereno – delirando per la malaria o per il morso di un serpente"
"Anch’io ho sempre un po’ di paura – disse l’amico mzungu – ma sono le statistiche a confortarmi, di aerei ne cadono pochissimi, lo 0,00001 di quelli che volano!"
"La media di chi muore di malaria in Kenya è effettivamente più alta"
Rassicurato dai numeri e dalle percentuali, quasi non avvertì l’enorme uccello alzarsi in volo e quando vide le nuvole al suo fianco giocare con i raggi del sole, capì che la Natura non lo avrebbe abbandonato nemmeno questa volta.

TAGS: nonno kazungumzee kenyakenya italiaracconti kenya

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