Opinioni

OPINIONI

In Africa, dove il giorno non ha memoria

Non ricordare qui è un esercizio di autodifesa

27-01-2026 di Freddie del Curatolo

Oggi in tutto il mondo è il “Giorno della Memoria”, ma in Africa, e qui in Kenya, in pochi sanno cosa sia. 
La memoria serve a nulla da queste parti e il giorno sopporta a malapena il peso di se stesso.
Dimenticare è un esercizio di autodifesa. Ci sarebbero talmente tanti dolori, magari non grandi come un olocausto (ma chiedete al Ruanda, ad esempio...) da ricordare, che ogni giorno bisognerebbe celebrare qualcosa. 
Ci sono tante feste in Kenya: tutte le ricorrenze cristiane e parecchie di quelle musulmane, da quest'anno pure quelle indiane: c’è il giorno dell’Indipendenza come in America, quello della Repubblica come in Italia, il compleanno del primo presidente della Repubblica come in Papuasia, il compleanno del secondo presidente come solo in Kenya.
Dopo essere stato eletto, il 30 dicembre 2007, Mwai Kibaki dichiarò il 31 dicembre festa nazionale, “post-election day”.
Felice intuizione, quel che è successo nei giorni successivi, non proprio di festa, sembra già dimenticato.
Puntualmente qualcuno, durante le elezioni del 2017, ha cercato di riproporne i temi, e fomentare scontri, aizzando malviventi e disperati.
Le forze dell'ordine non sono state da meno nel reprimerli. 
Nel 2017, tra elezioni, controelezioni, nomine e parate, c'è stato il record di feste nazionali.
Ma nessuna vissuta con trasporto, identità e attenzione al senso. 
Aveva ragione il nostro indimenticabile premier Silvio: troppe feste fanno male.
Ma il “Giorno della Memoria” in Kenya, specie in quello rurale, è cosa sconosciuta.
Qui si vive alla giornata, al massimo alla Memoria si può dedicare un’oretta. 
A Watamu o Malindi, ad esempio, si potrebbero istituire i “Quarantacinque minuti della Memoria”, tra mezzogiorno e un quarto e l’una.
Poi tutti a mangiare e bere, e gli islamici a pregare.
“Lei sa cos’è il Remembrance Day?” 
Lo chiedo al proprietario del chiosco di frutta e verdura vicino al bar italiano.
“Vuoi della rucola? E’ arrivata freschissima”
“Remembrance day?”
“No, non ne ho. Scrivimelo qui che provo ad ordinarlo”.
Provo con l'ambulante delle schede telefoniche.
“Remebrance?”
“No, ma ho la tariffa sul week-end, se vuoi”
Ottengo un'alzata di spalle e uno sguardo attonito anche dalla guardia giurata di una banca e dal fintovero masai che ha il banchetto di perline nel mezzo del centro commerciale.
Non cambierebbe molto, anche se chiedessi particolari o date del terribile eccidio in Rwanda, o della rivoluzione in Sud Sudan.
Qui la memoria, nel senso di ricordi, diventa tale solo quando si esce dal Paese.
Allora i ricordi diventano emozioni, rimandano alla Natura, ad esperienze provate, a stati d'animo.
Si tende a rimuovere tutto il resto. 
Naturale che l'Africa non ricordi la Shoah. 
"Qualcuno ha sentito parlare di Olocausto, ma è una cosa di tanto tempo fa che riguardava i tedeschi e gli israeliani", mi dice un indiano kenyan-born che ha studiato a Mombasa.
Come cantava Fossati dell'Argentina, la memoria in Kenya è cattiva e vicina, molto vicina. 
E' la memoria del giorno, di ogni giorno in cui si suda per il pane e si lotta per quel sudore. 
In Africa continuano ad uccidersi in maniera barbara, nel nord del Kenya per le terre e le vacche, oggi tra Congo e Uganda e in Sudan, e da trent’anni tutti i giorni in Somalia.
Sotto le mentite spoglie di "pulizia etnica" o di “gioco di potere” si scatena la guerra peggiore, quella dei poveri. 
Niente docce o fosse collettive, niente camere a gas.
Qui girano machete e coltelli, torce e benzina. 
Il potere, quello vero che non gioca, non muove un dito, questa è il vero “stato di pulizia”.
Ci hanno provato con la democrazia, con il capitalismo.
No, non fa per l'Africa, per il Regno in cui da sempre il leone si batte con la gazzella, il leopardo con il facocero e non c'è battaglia.
La democrazia ha insegnato al leone come battersi con il leopardo e, quel che è peggio, alla gazzella come uccidere il facocero. 
Perchè?
A che serve?
A chi serve? 
Dal Giorno della Memoria in poi siamo abituati a pensare che dietro ogni eccidio, ogni epurazione, ogni guerra, ci siano motivi economici, politici, sociali. In Vietnam per l’oppio e la Cina, in Iraq per il petrolio e l'integralismo, il Venezuela per la cocaina.
Nel resto del mondo sono solo sporadici camion lanciati sulla folla, sparatorie occasionali, saltuari accoltellamenti a caso, ordigni qua e la...le guerre, no quelle sono un'altra cosa, più grande, più importante. Ed i primi a non avere memoria sembrano quelli che più di tutti la onorano in questo giorno.
In Kenya sembra assurdo ridurre tutto alle lobby di africani ricchi che vogliono comandare, o a confraternite tribali di potere che negli anni passati, dopo essersi sfidate e aver causato migliaia di morti, si sono strette le mani sorridendo e sono tornate a fare inciuci come nel resto del mondo.
Eppure è così.
D’altronde siamo nella Terra del “Non c’è un perché”.
Oggi, “Giorno della Memoria”, altri innocenti a qualche migliaio di chilometri da casa mia sono stati ammazzati e siamo in così pochi, quaggiù, a portare addosso il peso di così tanti giorni da vivi.

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