OPINIONI
03-07-2026 di Michele Senici
Sono le cinque e qualcosa del pomeriggio. Il sole si appresta a nascondersi dietro le colline di Shimba e i miei capelli si agitano al vento come i pescatori del lago Vittoria che vibrano sui ritmi ipnotici dell’ Ohangla .
La motocicletta si mangia l’asfalto mentre Daniel la doma, come un bravo pastore conduce le sue vacche grasse.
Viaggio verso casa con una missione essenziale e delicata: qualche giorno fa ho accettato l’invito di John Mbiti, filosofo kenyano, a contraddire o confermare il suo celebre studio sul concetto del tempo in Africa.
Invito che Mbiti mi rivolse nel 1969, con la scortesia di farlo ventiquattro anni prima che io nascessi, in un altro continente.
Insomma, una di quelle faccende urgenti e improrogabili che finiscono regolarmente per occupare i miei tragitti in motocicletta.
Ho il brutto vizio di fumare mentre sono in sella. È una scelta scomoda perché implica anzitutto lottare con il vento, poi spegnere il tizzone con le dita umide di saliva per evitare incendi, e infine starsene con il mozzicone tra le dita finché non arrivo nei pressi d’una pattumiera.
Tuttavia, senza che nella sigaretta ci fosse altro che tabacco, alzo lo sguardo e mi sembra di intravedere una risposta.
Osservo la mia mano e poi guardo avanti: uno dopo l’altro, mentre la strada torna ad arrotolarsi dopo il mio passaggio, vedo ergersi attorno a me mozziconi di case che saranno. La prima che noto è un piano terra ben fatto.
Tre porte larghe, ognuna col suo negozietto e la sua tettoia a proteggere l'ingresso.
Sulla sinistra una rampa di scale che sale verso il cielo. Al primo piano non c'è che cemento piatto e qualche moncherino di pilastro che un giorno, forse, sosterrà perfino un terzo piano. Più avanti noto un altro mozzicone curioso.
Una stanza quadrata fatta di muri di mattoni e nient'altro. Quattro metri per lato. Dalla porta che dà sulla strada intravedo il tronco di un albero e, sopra le quattro pareti su cui dovrebbe poggiare il tetto di lamiera, svetta la chioma maestosa che abita quel luogo da molto prima dei mattoni.
Con mia sorpresa, poco più avanti, noto che quella struttura curiosa — che ho visto nascere qualche anno fa, poi restare immobile per mesi, poi arricchirsi di un tetto, poi fermarsi di nuovo — oggi è occupata da gruppetti di fundi che si muovono operosi dentro e fuori. Chissà che cosa nascerà. Dei monolocali in affitto? L'ennesima triade di barbiere, macellaio e kibanda ? Chi può dirlo.
Non chiedo a Dan di accostare, non mi fermo a fare domande; resto al mio posto sul sellino, lasciando che il loro lavoro continui al suo ritmo. Eppure nessuno, guardando quei muri monchi, li definirebbe incompiuti. In Kenya una casa è qualcosa che si continua, non che si costruisce.
L'odore del mozzicone mi disturba mentre le parole di Mbiti suonano nella mia mente. Il tempo, in Africa, non è una realtà già esistente che attende gli uomini. Sono gli uomini a produrlo.
E se è così, allora il tempo non può essere sperperato e, dunque, nemmeno una casa senza tetto è sprecata. Quelle case non sono incomplete: sono già ciò che sono. Un giorno, forse, diventeranno altro, se ci saranno i soldi, se arriveranno i mattoni, se arderanno le necessità. Mbiti nel 1969 era preoccupato dallo scontro tra la concezione africana del tempo e quella importata dai poteri coloniali.
Tra le molte cose che gli europei avevano portato con sé, sosteneva, vi era anche l'idea del futuro remoto, un orizzonte da pianificare, prevedere e inseguire. Un'idea che giudicava al tempo stesso promettente e pericolosa: promettente, se ben indirizzata; pericolosa, se lasciata correre senza freni. Chiedo a Dan di tornare indietro e di fermarci di fronte a quella stanza costruita attorno all'albero.
Forse il suo proprietario aveva un progetto preciso in mente. Forse sapeva già che cosa sarebbe diventata. Forse, come avrebbe auspicato Mbiti, aveva imparato a guardare lontano. O forse, più semplicemente, abbattere quel tronco millenario costava troppo - così come fare il tetto - e la mia è solo la proiezione romantica di un passeggero. Eppure l'albero è ancora lì. Protetto dai muri che avrebbero dovuto sostituirlo. Accolto dentro una costruzione che avrebbe potuto eliminarlo e che invece gli ha fatto spazio.
Come se, mentre si preparava il domani, qualcuno avesse deciso di conservare un riparo già disponibile oggi. Una chioma sotto cui sedersi a riposare, nel caso i soldi tardassero ad arrivare, i mattoni rincarassero o le necessità cambiassero idea. Come se il futuro fosse stato invitato a entrare, ma non gli fosse stato concesso di occupare tutta la casa. L'albero è ancora lì. E la casa continua attorno a lui.
Accendo una sigaretta, infilo le cuffiette. Parte Bwana Nipe Pesa . Si riparte.
••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.
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