Editoriali

EDITORIALE

Kenya, dal popolo a piedi a quello con lo schermo in mano

Le SIM sfiorano gli 80 milioni, ma pochi usano il telefono

07-06-2026 di Freddie del Curatolo

Quando arrivai in Kenya, ormai trentasei anni fa, pensai che quello africano fosse un popolo a piedi.
Le strade della costa erano poco trafficate ma ai loro lati sfilava continuamente l'umanità variopinta che ancora oggi non mi stanco di osservare: uomini, donne e bambini che camminavano per chilometri, spesso scalzi, perché così avevano sempre fatto e perché qualsiasi altro mezzo di trasporto apparteneva al regno del lusso.
Non esistevano status symbol. Esistevano bisogni.
Per un uomo l'obiettivo era possedere una bicicletta. Per una donna, magari, un pareo abbastanza grande da coprire il seno. Tutto il resto era futuro.

Qualche anno dopo i keniani erano diventati un popolo sulle due ruote. Le biciclette cinesi e indiane comparivano ovunque e chi non poteva permettersele si affidava ai boda-boda, che allora erano davvero biciclette con un passeggero sul portapacchi e un ciclista che pedalava sotto il sole per pochi scellini.
Quando tornai definitivamente a vivere a Malindi, nel 2005, trovai la fase successiva dell'evoluzione: migliaia di motociclette che sarebbero diventate milioni in tutto il Paese. Il boda-boda aveva smesso di pedalare e aveva acceso il motore.
Nel frattempo era comparso un nuovo oggetto del desiderio.
Il telefonino.
Non la casa in muratura, non il televisore, non l'automobile. Il cellulare.

Oggi il Kenya conta circa 79 milioni di connessioni mobili e quasi 49 milioni di smartphone. Significa che esistono più telefoni che abitanti e che buona parte della popolazione vive ormai permanentemente connessa.
Ma ridurre il fenomeno a una semplice dipendenza tecnologica sarebbe un errore occidentale.
Per milioni di keniani il telefono non è un telefono.
È una banca. Oltre 51 milioni di utenti utilizzano servizi di mobile money e per molti rappresentano l'unico rapporto con il sistema finanziario.
È un ufficio.
È una radio.
È una televisione.
È una scuola.
È una sala scommesse, purtroppo.
È un cinema.
È un giornale.

È perfino una torcia elettrica quando la corrente manca, e in molte zone del Paese continua a mancare più spesso di quanto i piani governativi amino raccontare.
Con il telefono il motociclista trova clienti. Il pescatore controlla il meteo. Il commerciante riceve pagamenti. Il predicatore trova fedeli. Il politico trova elettori. L'aspirante influencer sogna la fama su TikTok. Il ragazzo del villaggio guarda il mondo senza aver mai lasciato il villaggio.
Il telefonino è diventato il centro della vita sociale keniana.
Una volta, la sera, nei villaggi ci si raccoglieva attorno al fuoco.
Poi attorno alla radio.
Oggi attorno a uno schermo grande come una mano.
Così il Kenya ha compiuto in una generazione un salto che altrove ha richiesto un secolo: dal camminare scalzi alla banca digitale in tasca.
L'ultima ironia della storia è che il telefonino continua a chiamarsi telefono.
Eppure la cosa che si fa sempre meno, con quel piccolo rettangolo luminoso, è proprio telefonare.

TAGS: Smartphonegiovaniintelligenzaartificialetecnologia

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