Editoriali

EDITORIALE

L'intelligenza artificiale africana è davvero intelligente?

Speranze e tappe obbligate per non farsi fregare di nuovo

02-10-2025 di Freddie del Curatolo

Se l’intelligenza artificiale fosse un beach party, l’Africa starebbe nel parcheggio, seduta sotto una palma, con un bicchiere di acqua di cocco in mano, mentre gli altri ballano a piedi nudi sulla spiaggia con i cocktail tecnologici.
Perché sì: l’IA potrebbe salvare raccolti, portare medici nei villaggi, alfabetizzare la democrazia e magari fare anche il miracolo di una banca che non ti deruba. Ma solo se qualcuno decidesse davvero di aprire gli ingressi e regalare qualche “membership card”.
Una delle feste danzanti di questo periodo si chiama AI for Africa Conference, e si tiene in questi giorni, a margine del G20 di Cape Town, che inizia domani. 

Per adesso gli inviti alla festa con relativo banchetto, resta privilegio di pochi.
L’Africa possiede meno dell’1% dei data center mondiali. L’1%! Il resto del mondo sfreccia su autostrade digitali da cui noi possiamo solo sognare di intravedere le luci. Solo 32 paesi hanno data center specializzati, e di questi, le due superpotenze Stati Uniti e Cina occupano il 90% dello spazio e dei macchinari. Quanto ai talenti africani… beh, il 5% ha davvero accesso a strumenti dignitosi. Gli altri? Possono guardare video su YouTube e allenarsi a battere le mani al ritmo del futuro…guardando il party da lontano, dai finestrini dei matatu.

Ma non tutto è perduto. L’Africa potrebbe ancora trasformare questa tragedia in farsa, o almeno in una commedia con finale dignitoso. Basta saper giocare bene le cinque carte dell’IA.

1. Calcolo e infrastrutture
La potenza di calcolo è il nuovo petrolio, solo che non ha odore e non sporca le mani. Senza cluster GPU e data center locali, gli africani resteranno quei piccoli fenomeni da baraccone che palleggiano a piedi nudo con gli avocado su campi da calcio di terra battuta, mentre stadi digitali continuano ad accogliere i progressi tecnologici.
L’Europa ha già messo sul piatto 8 miliardi di dollari per non perdere il treno.
L’Africa deve chiedere fondi, partnership, trasparenza e collaborazione regionale, e smettere di accontentarsi di briciole digitali. Ma deve ricevere questi aiuti in maniera diretta, non attraverso governanti devianti e aziende in mano ai soliti noti, Altrimenti sarà l’eterna riedizione del neocolonialismo consenziente più o meno velato e dell’accalcarsi gioioso alla potenza digitale che ci lanciano i giganti globali come le caramelle dei turisti ai bambini sulla strada della savana.

2. Governance dei dati
I dati sono il cibo dell’IA. Qui da noi, però, sono sparsi, mal conservati, o rubati come mele da un albero di periferia. Serve una gestione etica, leggi solide, data commons regionali: luoghi dove i dati possano crescere sani e generare frutti per tutti, non solo per chi li raccoglie con guanti bianchi e sorrisi furbi.

3. IA per le lingue locali
Se l’IA parla solo inglese e cinese, milioni di africani restano muti davanti alla rivoluzione. Progetti come il chatbot Zuzi, che parla lingue sudafricane e aiuta le donne vittime di violenza, mostrano che sì, possiamo avere una tecnologia che ascolta, capisce e rispetta. E invece rischiamo di restare nel silenzio digitale, invisibili come i fantasmi delle nostre lingue online.

4. Competenze e alfabetizzazione
I computer non bastano. Serve gente che sappia usarli senza farsi ingannare dal luccichio dei numeri. Serve inserire l’IA nelle scuole, nelle università, nei corsi professionali. E spiegare al pubblico che l’IA non è solo una moda: può salvarti, o tritarti. Meglio conoscerla prima che si arrabbi.

5. Sicurezza, etica e governance
E poi c’è il lato oscuro: interferenze elettorali, disinformazione, perdita di lavoro, inquinamento digitale. Servono regole chiare, controlli obbligatori, istituti africani di sicurezza. Altrimenti l’IA diventerà il nuovo colpo di vento che spazza via chi non ha potere, lasciando solo chi già comanda.

Prossimamente, la conferenza AI for Africa che seguirà il G20 di Cape Town, si propone di trasformare promesse in strumenti concreti, e far sì che l’Africa non usi l’AI solo come un ragazzino che gioca alla playstation o lo scommettitore online a cui vengono fregati i pochi spiccioli con la riedizione moderna della bigiotteria portoghese del 1500, ma che possa gestirla come forza reale per la propria gente. Voi ci credete?

 

TAGS: intelligenzaartificialedatitecnologiadigitale

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