EDITORIALE
28-08-2026 di Freddie del Curatolo
Ieri il Kenya ha celebrato i 16 anni della sua nuova, democratica costituzione.
Era il 2010, si arrivava da un biennio di “nusu mkate” come dicono qui, dividersi il pane, tra maggioranza e opposizione, con l’espediente creato dalle Nazioni Unite per pacificare il Paese dopo le terribili violenze post elettorali di fine 2007 che causarono più di mille morti.
La costituzione, formulata da una commissione bipartisan e di cui lo storico leader dell’opposizione Raila Odinga si prese i meriti, chiuse di fatto un’epoca per aprire un nuovo corso politico.
Nonostante quello del 2026 non sia un anniversario con lo zero alla fine, di quelli che autorizzano alle fanfare, la costituzione keniana ieri è stata festeggiata con enfasi quasi innaturale e per certi versi paradossale, ma significativa specie da parte della società civile, sempre attenta ad evitare il rischio (e di questi tempi il principio di imitazione potrebbe amplificarlo) di derive autoritarie.
C’è da dire che le costituzioni vengono scritte, e questo resta un dato confortante.
Il grande poeta e cantante soul Gil Scott Heron nella sua “Winter in America” la chiamava “quel nobile pezzo di carta che avrebbe liberato la società”. E in Italia c’è chi ci crede a tal punto da citarla come strumento per far valere i propri diritti e guai a chi vuole anche solo modificarla, è sicuramente un antidemocratico.
Se c’è una cosa che mi ha sempre colpito del Kenya è che anche qui la costituzione viene spesso citata come la dimostrazione che la democrazia esiste.
La si cita. La si celebra. La si stampa sulle brochure. I politici di ogni schieramento la invocano nei discorsi, gli attivisti nelle manifestazioni, gli studenti nei dibattiti, i giudici nelle sentenze. È quasi un oggetto di affetto nazionale.
Poi esci per strada.
E ti accorgi che, tra la Costituzione e la vita quotidiana, c'è spesso la stessa distanza che separa il cartello "Drive Safely" dal matatu che ti supera in curva con la striscia continua.
Ho letto un editoriale su un quotidiano locale che sosteneva come, sedici anni dopo la promulgazione, il Kenya sia ancora lontano dal realizzare i valori della propria carta costituzionale. È difficile dargli torto. Non perché manchino le leggi, ma perché sembrano mancare le cattive abitudini... di rispettarle.
Da straniero bisogna sempre essere prudenti. Un ospite osserva, non pontifica. Ogni Paese ha le sue contraddizioni, e sarebbe davvero poco elegante arrivare con la presunzione di distribuire lezioni. Specie per un italiano che dovrebbe avere tatuato “ripudia la guerra”.
Però uno sguardo esterno ha un piccolo vantaggio: vede anche ciò a cui gli abitanti finiscono per abituarsi.
E il Kenya possiede una curiosa capacità di convivere con due realtà parallele.
La prima è quella delle idee: inclusione, partecipazione, trasparenza, stato di diritto. Parole bellissime.
La seconda è quella delle scorciatoie. Quelle che iniziano sempre con una frase rassicurante: "This is Kenya..." o, come si usa nel linguaggio ad acronimi dei giovani: T.I.K.
Tik, come un birignao virale a cui manca il Tok, come una mimica facciale compulsiva, un tic appunto.
È una formula straordinaria.
Spiega tutto e non spiega niente.
Perché un servizio non funziona?
"This is Kenya."
Perché una procedura cambia da un ufficio all'altro?
"This is Kenya."
Perché la regola vale... finché non arriva qualcuno più importante?
"This is Kenya."
È un'espressione pronunciata spesso con un sorriso. Ma ogni sorriso, ripetuto abbastanza volte, rischia di diventare una rinuncia.
Ed è questo, forse, il rammarico più grande.
Perché il Kenya non soffre di mancanza di talento. Basta parlare con i giovani, con gli imprenditori, con chi lavora nelle università, con chi ogni giorno costruisce qualcosa nonostante tutto. Le energie ci sono. Le idee anche.
A volte sembra mancare la fiducia che le regole possano davvero essere uguali per tutti.
Ed è un peccato.
Perché una Costituzione non cambia un Paese nel momento in cui viene firmata. Lo cambia quando diventa noiosa.
Quando nessuno sente più il bisogno di citarla, perché è semplicemente il modo normale in cui le cose funzionano. Ed è proprio come nella canzone di Gil Scott Heron, “nessuno sta combattendo, perché nessuno sa cosa salvare”.
Il giorno in cui il rispetto delle regole non farà più notizia, forse sarà anche il giorno in cui gli editoriali celebreranno meno anniversari e racconteranno più risultati.
Spero sinceramente di leggerlo.
E, da straniero, mi piacerebbe poter scrivere che il Kenya è finalmente diventato quel Paese che la sua Costituzione aveva già immaginato sedici anni prima, perché quel pezzo di carta, a ben leggerlo, è più popolare che nobile.
Farlo proprio, sarebbe uno di quei rari casi in cui la realtà riesce finalmente a raggiungere le promesse e il “This is Kenya” non sarebbe solo un “TIK” nervoso.
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