Editoriali

EDITORIALE

Quando in Kenya l'acqua era un bene di lusso

Considerazioni e ricordi sul tema di "L'acqua non c'è"

29-05-2021 di Freddie del Curatolo

Quando arrivai a Malindi, più di trent’anni fa, l’acqua come tanti altri beni che in Italia si davano per scontati, era un lusso.
La minerale non esisteva, non c’erano aziende sulla costa che la producessero e solo i super-benestanti si potevano permettere la San Pellegrino o la Perrier, rigorosamente in vetro.
Negli hotel c’era chi aveva i purificatori e chi faceva finta, ma solitamente per evitare epiche dissenterie si ripiegava sulla “soda water”, che oltre ad essere gassata non si capiva bene con che tipo di acqua venisse fatta.
D’altronde anche quando bevevi la birra o la cocacola non sapevi cosa aspettarti.
Nei primi anni di permanenza in Kenya mi è capitato di trovarci dentro, dopo aver stappato la bottiglia, mozziconi di sigaretta, lombrichi e mosche morte.
Per il caffè e il té si utilizzava l’acqua del rubinetto, fatta abbondantemente bollire.
Nelle case private si ricorreva alla bollitura, oltre che per lavarsi i denti, anche per l’acqua da bere e da mettere in frigo, una volta raffreddata.
Con l’aggiunta magari di succo di lime o foglie di té per togliere quel gustaccio di fondo e renderla leggermente più dissetante. Per fortuna degli assetati e sfiga del fegato, la tusker costava pochissimo, dai 5 ai 10 scellini.
Nel 1990 un’azienda di Mombasa iniziò a produrre in laboratorio un’acqua purificata decente e non costosissima, mentre a Nairobi si vedevano le prime minerali di sorgente che costavano al litro quanto cinque birre.
Per contro l’acqua corrente a volte mancava per settimane intere e chi, come me e mio padre, gestiva un ristorante, doveva prendere la macchina (e occorreva avere sempre un pick-up o comunque un mezzo con ampio cassone per i trasporti) e recarsi nell’immediato entroterra, dove c’erano i pozzi pubblici, sparsi un po’ ovunque in mezzo al bush, la foresta che allora era veramente foresta. Specie di sera, non era facile trovarli ma si riconoscevano dalle code di gente locale, quasi sempre donne, che portavano sulla testa le loro taniche da 20 litri. L’unica maniera per non doversi mettere in coda (almeno, la mia maniera) era quella di portare generi di conforto o direttamente scellini per poter saltare la coda. Non c’era costrizione, ovviamente. Qualcuno preferiva accedere all’acqua e c’era da capirlo. Qualcuno chiedeva anche di essere accompagnato al villaggio.
Per un ragazzo di poco più di vent’anni, abituato in Italia ad avere se non la pappa pronta, quantomeno la Ferrarelle e la Levissima sempre in frigo, l’approccio con l’importanza dell’acqua fu una delle prime grandi lezioni di questo continente.
Vedermi, io per primo, dopo pochi decenni a confrontare decine di marche di acque minerali, valutare il rapporto qualità prezzo e l’incidenza di sodio nella loro composizione, mi fa sorridere ma allo stesso tempo mi fa tornare dove un tempo c’era la coda per prendere la prima acqua che si poteva al pozzo pubblico. E se trovo ancora la coda, è facile che porti generi di conforto o accompagni al villaggio qualche vecchia donna, senza aver bisogno né d’acqua, né tantomeno di saltare la coda.

TAGS: acqua kenyaminerale kenyapozzi kenyaricordi kenya

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