EDITORIALE
01-10-2026 di Freddie del Curatolo
L'Africa sta lentamente scoprendo che anche una donna può sedersi sulla poltrona più alta dello Stato senza che il continente sprofondi, la borsa di Nairobi crolli e i leoni del Samburu smettano di ruggire. Liberia, Tanzania, Namibia e altri Paesi hanno già portato donne ai vertici. Adesso anche il Marocco ha una donna alla guida del governo.
Fatima Ezzahra El Mansouri è diventata la prima donna premier del Paese, un'altra porta spalancata sul palcoscenico africano della politica al femminile. E allora viene spontaneo chiedersi: quando arriverà il giorno in cui una donna potrà correre davvero per State House a Nairobi, non come comprimaria, vice o candidata di testimonianza, ma come protagonista?
A 35 anni dal multipartitismo e 16 dalla Costituzione del 2010 che lo ha ufficialmente sancito, il Paese non ha ancora espresso una donna capace di contendersi concretamente la presidenza della Repubblica. Martha Karua ha aperto una breccia, Wangari Maathai avrebbe potuto rappresentare una possibilità diversa, mentre figure come Rebecca Miano hanno dimostrato che le donne possono occupare ruoli di governo di primo piano. Ma la State House resta, per ora, un club esclusivamente maschile.
Il Marocco, bisogna dirlo subito, non ha eletto una presidente. È una monarchia e il capo dello Stato rimane Mohammed VI.
Ma il 29 settembre scorso il re ha nominato Fatima Ezzahra El Mansouri prima donna capo del governo nella storia marocchina. Avvocata, già ministra dell'Habitat e sindaca di Marrakech, El Mansouri arriva al premierato dopo che il suo Authenticity and Modernity Party è risultato il primo partito alle legislative del 23 settembre.
È un fatto che, per il Kenya, assume un significato particolare.
Perché il continente non è più così estraneo all'idea di una donna ai vertici. La liberiana Ellen Johnson Sirleaf è stata la prima donna eletta alla presidenza di uno Stato africano, nel 2005, assumendo l'incarico nel 2006. Nel 2024 la Namibia ha eletto Netumbo Nandi-Ndaitwah, diventata la seconda donna eletta direttamente alla presidenza di un Paese africano. Altri Stati hanno avuto donne alla guida dello Stato attraverso successioni o nomine.
Che dire dei vicini di casa della Tanzania? Samia Suluhu Hassan è al suo secondo mandato, dopo una vicepresidenza e una reggenza per la malattia improvvisa dell’allora leader John Pombe Magufuli. E di fatto governa col pugno duro e l’intransigenza cieca solitamente attribuita ai maschi.
Secondo un'analisi del CSIS, complessivamente l'Africa ha già avuto 24 donne alla guida dello Stato o del governo in 18 Paesi. Ma soltanto Johnson Sirleaf e Nandi-Ndaitwah erano state elette direttamente alla presidenza.
Insomma, non è più fantapolitica africana.
È il Kenya che sembra arrivato al capitolo con qualche pagina ancora bianca.
Martha, Wangari e le altre
Il nome inevitabile è Martha Karua.
Karua non è soltanto una donna che ha fatto politica: è stata ministro della Giustizia, parlamentare, una delle figure più riconoscibili dell'opposizione e, nel 2013, si è anche candidata personalmente alla presidenza. Ottenne però appena 43.881 voti.
Nel 2022 arrivò invece la grande occasione nazionale: Raila Odinga la scelse come candidata vicepresidente. Per la prima volta una donna entrava con un ruolo centrale in una delle due principali coalizioni presidenziali. La campagna fu definita dalla stampa internazionale una possibile “Karua wave”, ma il ticket Odinga-Karua non vinse le elezioni, anzi alle pendici del Monte Kenya, dove vive e vota la lobby più potente dell’elettorato kikuyu, il fatto che fosse donna e alleata con lo storico oppositore della tribù “nemica”, i luo, la fece sprofondare.
Dopo di lei, la fila davanti alla porta di State House non si è fatta più lunga, anzi.
Rebecca Miano è una delle figure femminili che hanno dimostrato di poter occupare posizioni importanti nell'esecutivo. E il suo nome continua a comparire nella squadra di governo. Ma essere un buon ministro è una cosa; costruire una macchina politica nazionale capace di portare una donna alla presidenza è un'altra.
Poi c'è la figura che il Kenya avrebbe potuto avere, almeno simbolicamente, molti anni prima.
Wangari Maathai.
Premio Nobel per la Pace, fondatrice del Green Belt Movement, dissidente, ambientalista, intellettuale, Maathai non fu affatto estranea alla politica: nel 2002 venne eletta in Parlamento con il 98% dei voti nel collegio di Tetu e divenne viceministra all'Ambiente nel governo di Mwai Kibaki. Morì nel 2011, a 71 anni.
Non sappiamo se avrebbe mai voluto tentare la scalata alla State House.
Forse no. Per lei “sporcarsi” ha sempre avuto l’odore della terra, della Natura.
Ed è proprio questo il punto: il Kenya non ha ancora avuto una donna con quel raro incrocio di autorevolezza, popolarità nazionale, macchina politica e ambizione presidenziale necessario per affrontare una campagna del genere.
Ma è davvero soltanto una questione di figure?
Probabilmente no.
Il problema è molto più profondo.
La Costituzione del 2010 è stata straordinariamente ambiziosa sulla parità. L'articolo 27 stabilisce il diritto alla parità di trattamento e impone allo Stato di adottare misure per correggere gli svantaggi derivanti dalle discriminazioni. Il comma 8 stabilisce inoltre il principio secondo cui non più dei due terzi dei membri degli organi elettivi o nominati può appartenere allo stesso sesso.
Quella che in Kenya è diventata famosa come two-thirds gender rule avrebbe dovuto cambiare radicalmente il volto della politica.
Non lo ha fatto.
Secondo i dati dell'IPU, dopo le elezioni del 2022 le donne erano 82 nell'Assemblea nazionale, contro 267 uomini. A fine 2025 erano scese a 80.
Nel 2025 un rapporto del ministero competente indicava 82 donne su 346 seggi nell'Assemblea nazionale e 21 su 67 nel Senato: rispettivamente il 23,7% e il 31,3%. Complessivamente, le donne rappresentavano circa un quarto del Parlamento.
La Costituzione dice una cosa.
La politica ne fa un'altra.
Una legge che non arriva mai
La storia della two-thirds rule è quasi un piccolo romanzo giudiziario.
La Corte Suprema si pronunciò già nel 2012 sulla rappresentanza di genere. Nel 2017 l'Alta Corte stabilì che il mancato intervento del Parlamento per dare attuazione alla norma costituzionale costituiva una violazione della Costituzione.
Eppure la legge attuativa continua a essere il grande fantasma della politica keniana.
Ancora nel 2026 l'IPU registra che non esiste una legge sulle quote elettorali di genere capace di dare piena attuazione al principio costituzionale.
Nel luglio di quest'anno è comparso un nuovo tentativo: il progetto di Election Laws (Amendment) Bill 2026 propone di spostare la responsabilità sulle stesse formazioni politiche, imponendo loro di non presentare più di due terzi di candidati dello stesso sesso nelle elezioni parlamentari. Ma, appunto, si tratta di una proposta, non ancora della soluzione definitiva.
E le donne? Hanno protestato abbastanza?
Qui bisogna stare attenti a non costruire un'altra ingiustizia sulla prima.
Dire che “le donne keniane non hanno mai fatto troppo rumore” sarebbe semplicemente falso.
Ci sono state campagne, organizzazioni, associazioni, parlamentari e movimenti femminili impegnati da anni sulla questione. Nel 2026 AMWIK, l'Association of Media Women in Kenya, ha rilanciato il problema della mancata applicazione della norma, sottolineando che il Kenya rimane fermo intorno al 24% di rappresentanza femminile parlamentare.
Anche KEWOPA, l'associazione delle donne parlamentari, continua a lavorare sulla partecipazione politica femminile e, nel luglio 2026, ha indicato tra le proprie priorità proprio la leadership politica delle donne e la lotta alla violenza contro le donne impegnate in politica.
Quindi forse la domanda va formulata diversamente.
Non "perché le donne non protestano?"
Ma "perché proteste, sentenze, articoli della Costituzione e campagne civili non sono ancora riusciti a trasformarsi in potere politico sufficiente per costringere il Parlamento ad applicare quella Costituzione?"
Il problema potrebbe essere anche il denaro
La politica keniana costa.
E costa moltissimo.
Studi sulla partecipazione politica femminile indicano nel finanziamento delle campagne uno dei principali ostacoli per le candidate. Le campagne richiedono trasporti, sicurezza, manifesti, pubblicità, personale, eventi e, nel sistema politico keniano, una notevole capacità di mobilitare risorse sul territorio.
A questo si aggiungono le strutture dei partiti, spesso dominate dagli uomini, le reti politiche costruite intorno a clientele e alleanze territoriali, la violenza contro le donne candidate e perfino campagne di disinformazione apertamente sessiste. Studi sulle elezioni del 2017 e del 2022 hanno documentato attacchi online, minacce e forme di disinformazione basate specificamente sul genere.
E qui si arriva al paradosso.
Il Kenya è uno dei Paesi africani che hanno maggiormente celebrato la propria Costituzione progressista.
Ma la politica reale continua a essere molto più conservatrice della Costituzione.
Non è necessariamente che il Kenya “non sia pronto”
Forse la domanda iniziale, allora, contiene già una piccola trappola.
Il Kenya non è pronto ad avere una presidente donna?
Oppure: il sistema politico keniano non è ancora pronto a far emergere una donna presidente?
Sono due cose diverse.
Le donne keniane votano, lavorano, amministrano contee, siedono in Parlamento, guidano ministeri, imprese, università, movimenti sociali. Nel 2022, secondo UN Women, le donne hanno conquistato 201 dei 1.882 incarichi elettivi complessivi, contro i 179 del 2017; le candidate alla vicepresidenza furono presenti in tre dei quattro principali partiti indicati dall'organizzazione.
Dunque non sembra mancare una società capace di esprimere leadership femminile.
Manca, piuttosto, la trasformazione di quella leadership in una coalizione presidenziale nazionale.
E forse manca anche qualcosa di ancora più semplice e più crudele: la possibilità per una donna di essere considerata, prima ancora che come donna, come una candidata presidenziale.
Un uomo può essere mediocre, vecchio, arrogante, compromesso, impopolare in metà del Paese e tuttavia essere presentato come “statista”.
Una donna, molto più spesso, deve dimostrare di essere competente, forte ma non aggressiva, autorevole ma non autoritaria, popolare ma non populista, ambiziosa ma non troppo ambiziosa.
È una corsa con una zavorra che il candidato maschio normalmente non porta.
E adesso?
Martha Karua ha già dimostrato che una donna può arrivare molto vicino alla porta principale della politica nazionale. Wangari Maathai ha dimostrato che una donna può conquistare un'autorità morale immensa, fino al Nobel. Rebecca Miano e altre ministre hanno dimostrato che non esiste alcun vuoto di competenza femminile ai vertici dello Stato.
Quello che ancora manca è la donna che dica: voglio State House, e costruisco tutto ciò che serve per arrivarci. E soprattutto manca un sistema politico disposto a considerare quella frase normale.
Il Marocco, con El Mansouri, non ha ancora eletto una donna capo dello Stato. La Namibia lo ha fatto. La Liberia lo ha fatto. La Tanzania ha attualmente una presidente. Altri Paesi africani hanno portato donne alla guida del governo o dello Stato attraverso percorsi diversi.
Il Kenya, che nel 2010 aveva scritto nella propria Costituzione una delle più nette promesse di uguaglianza politica del continente, continua invece a contare le donne in Parlamento come si contano i posti rimasti vuoti su un autobus.
La domanda, allora, non è soltanto quanto ci vorrà per avere una presidente donna.
È forse più scomoda: quanto tempo ci vorrà prima che il Kenya smetta di chiedersi se è pronto per una donna presidente e cominci a chiedersi quale donna sia pronta a fare la presidente?
Perché tra le due domande passa tutta la differenza tra una concessione e una conquista.
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