LUTTO ITALIANO
17-06-2026 di Freddie del Curatolo
La storia degli Italiani in Kenya, come mi piace ricordare spesso, è fatta di epoche, di situazioni, di avventure, retroscena, ma è fatta soprattutto di personaggi che hanno attraversato tutto questo restando per sempre qui e finiscono per diventarne parte, come un’acacia ad ombrello lungo il fiume o una collina verde eppure rocciosa che tutti riconoscono all'orizzonte.
Valter Bigi apparteneva a questa categoria.
Con la sua scomparsa, nei giorni scorsi a Nairobi, a 86 anni, il Kenya perde uno degli ultimi grandi testimoni di un'Africa che non esiste più, e la comunità italiana saluta una figura che per oltre sessant'anni ha saputo raccontare, vivere e interpretare la savana come pochi altri.
Aveva vent'anni quando sbarcò a Mombasa, nel settembre del 1959. Arrivava dall'Emilia, da un'infanzia segnata dalla guerra e dalla perdita del padre. Gli avevano prospettato una vita ordinata, un posto sicuro in banca, una strada già tracciata. Ma il destino aveva altri piani. A chiamarlo in Africa fu la cugina Nenella Tozzi, altra figura leggendaria della nostra comunità.
"Fu l'inizio della mia vera vita", mi raccontò in una delle giornate passate insieme a mettere insieme il safari dei suoi primi sessant’anni d’Africa.
E davvero la sua vita cominciò qui.
Prima Nairobi, ancora giovane e piena di opportunità. Poi la scoperta della savana, degli spazi sconfinati, della libertà che aveva inseguito per tutta la giovinezza. Quando capì che gli italiani cercavano qualcosa di diverso dai safari organizzati dagli inglesi, decise di cambiare il proprio destino. Impugnò un fucile, imparò dai tracciatori maasai e samburu e divenne uno dei più apprezzati cacciatori professionisti dell'Africa orientale.
Oggi può sembrare difficile comprendere quell'epoca. Erano anni in cui la caccia grossa era considerata una disciplina, un'avventura, perfino una forma di conoscenza del territorio. Valter ne parlava senza retorica e senza vergogna, come un uomo che apparteneva al proprio tempo.
Per quasi trent'anni accompagnò nobili, industriali, imprenditori e appassionati tra Kenya e Tanzania. Cercavano trofei e record, lui offriva qualcosa di più: il contatto autentico con l'Africa.
Aveva un “phisique non de role” che tradiva le aspettative. Bassino e paffutello, non era il classico eroe da copertina. Raccontava divertito di come molti clienti, al primo incontro, lo guardassero con perplessità. Poi bastavano pochi giorni nella boscaglia per capire chi fosse davvero il loro guida.
Conosceva gli animali, le piste, il vento. Conosceva soprattutto gli uomini.
Una volta un bufalo lo caricò in pieno. Gli si fermò praticamente addosso dopo essere stato colpito. Ne uscì con un malleolo fratturato e alcuni bulloni per sempre custoditi nel corpo come medaglie silenziose di una vita vissuta senza risparmiarsi.
Quando nel 1977 il presidente Jomo Kenyatta abolì definitivamente la caccia sportiva in Kenya, molti professionisti del settore si ritirarono. Valter scelse invece di reinventarsi ancora una volta.
Capì prima di altri che la vera ricchezza non era possedere un trofeo, ma imparare a contemplare la natura. Nacque così la sua seconda vita.
Insieme alla moglie Sara e ai figli trasformò l'esperienza accumulata in decenni di savana in un modo nuovo di raccontare l'Africa. Nello Tsavo Est, sulle rive del Galana River, creò Epiya Chapeyu, che tutti conoscevano semplicemente come il Bigi Camp.
Per migliaia di italiani quel luogo è stato il primo incontro con il Kenya più autentico.
Non era soltanto un campo tendato. Era una casa africana.
Ci si svegliava con gli elefanti che passeggiavano davanti alla veranda. Si prendeva l'aperitivo osservando gli ippopotami affiorare dal fiume. Si cenava con una cucina che portava in mezzo alla savana il meglio dell'Emilia, perché Valter era convinto che una buona cena fosse parte integrante dell'avventura.
E aveva ragione.
Molti ricorderanno i leoni, le giraffe, le piste rosse dello Tsavo. Ma altrettanti ricorderanno un piatto di ravioli, una battuta raccontata a tavola, una serata attorno al fuoco con una Tusker in mano e la sensazione irripetibile di trovarsi lontani da tutto.
Per chi ha avuto il privilegio di conoscerlo, Valter Bigi era soprattutto questo: un uomo capace di farti sentire parte dell'Africa.
Ho avuto la fortuna di incontrarlo, di ascoltare i suoi racconti e di raccogliere la sua testimonianza per il volume "Ritratti di italiani in Kenya" pubblicato dall'Ambasciata d'Italia. Come accade con le persone migliori, non aveva bisogno di mettersi al centro della scena. Bastava lasciarlo parlare. Era di una semplicità disarmante, unita alla piacevolissima, brillante verve emiliana. Le sue storie contenevano già tutto: il coraggio, l'ironia, l'avventura, la nostalgia e quell'amore sconfinato per il Kenya che non lo ha mai abbandonato. Così ho voluto raccontare la sua storia anche in uno degli episodi del Podcast sulla storia degli Italiani in Kenya.
Il Bigi Camp non c’è più da tempo, quando un’inondazione se lo porto via.
Ma chi c'è stato può ancora sentire il rumore del Galana, il richiamo lontano di una iena, il fruscio del vento tra gli alberi. Può immaginare la zip di una tenda che si chiude e il generatore che si spegne, mentre il cielo dello Tsavo si riempie di stelle. Dal 14 giugno ce n’è una in meno.
Valter Bigi se n'è andato.
Ma in quell'ansa del fiume, davanti alla collina che dominava il suo campo, resterà per sempre qualcosa di lui. Nei ricordi di chi l'ha conosciuto, nelle storie raccontate attorno a un falò, nelle fotografie ingiallite di un'Africa perduta e nel cuore di una comunità italiana che oggi saluta uno dei suoi pionieri più autentici.
Buon safari, Valter.
E grazie.
A Sara, Oscar, Francesca, Nenella e Raffaella un grande abbraccio.
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