Opinioni

CREDENZE E PAURA

La testimonianza: Velocità della foll(i)a in Kenya

Da Diani ai social, quando una convinzione è verità già prima della verifica

24-06-2026 di Michele Senici

Anche a Diani, come a Nyali, nell’ultima settimana, due persone sono state quasi uccise dalla stessa accusa: aver fatto sparire i genitali di un uomo con un semplice gesto di saluto.
In entrambi i casi la reazione è stata immediata, la folla si è formata e la violenza è esplosa prima che qualcuno potesse verificare cosa fosse davvero accaduto. Scritta così, la frase sembra uscita da un racconto surreale.

Eppure è cronaca. Una cronaca con cui ho passato tre giorni a fare i conti, provando ad addentarla, a sgranocchiarla per trovarle un senso, ma senza risultati. Perché per buttare giù un testo sono sempre stato convinto sia necessario aver prima masticato e digerito il contenuto; qui, invece, la cronaca è l'unico punto di partenza. E forse anche di salvezza. Ma ancora, pochi giorni prima, lo stesso copione si era già ripetuto più a sud, nelle aree rurali vicine alla frontiera con la Tanzania. Questa volta la vittima era un uomo che aveva appena varcato il confine. Pare che queste paure si propaghino come il fuoco sui tetti di makuti . La polizia è intervenuta, ci sono stati arresti e alcuni salvataggi, ma l’aria, almeno per me, resta a tratti densa, difficile da dissipare.

La questione è complessa e molti interrogativi restano sospesi; un impegno che mi sono preso con me stesso, tuttavia, è sfidare il desiderio di semplificazione. Non credo sia sufficiente liquidare tutto come superstizione, credenza o ignoranza: sarebbe una spiegazione troppo comoda, ma non basta nemmeno fermarsi allo stupore. Perché quello che colpisce, in questi episodi, non è solo la credenza in sé, ma la velocità con cui una convinzione individuale diventa realtà collettiva. Un uomo grida che i suoi genitali sono scomparsi e la folla, nel giro di poco, afferra pietre e bastoni. Il passaggio improvviso da un gesto, una sensazione, una paura, a una verità condivisa che non ha più bisogno di essere verificata. È in quel passaggio che qualcosa si è rotto.

Nessuno si è fermato a verificare l’accusa o a metterla in dubbio. La folla era fatta da chi ci credeva, da chi forse no, ma ‘meglio prevenire che curare’, da chi aveva soltanto avuto una mattinata storta ed era zeppo di rabbia da scaricare. C’era certamente qualcuno che riprendeva la scena, perché oggi queste immagini sono già finite sugli schermi, dove altre folle commentano che loro non potrebbero mai agire così. Ma la dinamica non cambia molto quando la folla non è fisica ma digitale: basta una storia, un’accusa, un’immagine, perché la reazione si propaghi con la stessa velocità, fino a trasformarsi in un giudizio collettivo prima ancora che arrivi qualsiasi verifica.

Ma quello che resta oggi di questi tribunali speciali, dei roghi a Diani e di quelli digitali, sono i corpi feriti, le persone trascinate dentro una convinzione che non era la loro, e una comunità che si risveglia sempre un momento dopo, quando tutto è già accaduto. Ed è forse questo che rende queste scene così difficili da guardare: non l’assurdità dell’accusa, ma la normalità con cui una folla può convincersi di agire nel giusto. Sono episodi che mettono a disagio proprio perché non appartengono a un altrove: accadono dentro dinamiche umane che ognuno di noi conosce, e che possono trasformarsi in azione molto più in fretta di quanto riusciamo a riconoscerle.

••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.

TAGS: magiariticredenzeSenici

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