EDITORIALE
18-03-2026 di Freddie del Curatolo
Ci sono africani che partono per cercare lavoro e finiscono a cercare di restare vivi.
E poi ci sono governi che scoprono la differenza sempre un po’ dopo, quando ormai i ragazzi sono già lontani, magari sotto un cielo che non avevano mai nemmeno visto sulle mappe della scuola.
A Mosca si stringono mani e si pronunciano parole misurate, diplomatiche, quasi gentili. Il ministro degli Esteri keniano Musalia Mudavadi dice che la Russia ha accettato di non reclutare più cittadini del Kenya per la guerra in Ucraina. Accanto a lui, Sergei Lavrov ascolta e non conferma, come fanno i vecchi giocatori di scacchi quando l’avversario crede di aver capito la mossa. Dice che chi è già lì e ha “accettato” quel lavoro, come fosse un idraulico o un giardiniere, non verrà rimpatriato a spese di Mosca.
Sulla carta, almeno fermare l’afflusso da oggi, è una buona notizia. Nella realtà, è una frase che arriva dopo che più di mille keniani – secondo un rapporto dell’intelligence – sono già stati arruolati. Alcuni volontari, certo. Altri meno. Molti, semplicemente, ingannati. 28 di loro non ci sono più e le famiglie rivogliono almeno la salma, per dargli lacrimata sepoltura. Altri 40 risultano dispersi e i parenti recentemente hanno manifestato davanti al Parlamento, a Nairobi.
Perché la storia, in fondo, è sempre la stessa: qualcuno promette un lavoro ben pagato all’estero, e dall’altra parte c’è un ragazzo che ha imparato troppo presto che restare fermi è spesso più pericoloso che partire. Solo che questa volta il contratto non era per fare il magazziniere o il saldatore. Era per imbracciare un fucile in una guerra che non sapevano nemmeno pronunciare.
Il governo keniano dice di aver chiuso più di 600 agenzie di reclutamento. Seicento. Un numero che non è una soluzione, è una confessione. Significa che il sistema era diventato un mercato, e il mercato – si sa – trova sempre clienti quando c’è disperazione in saldo.
E poi ci sono le famiglie. Quelle che non capiscono perché il telefono non squilla più. Quelle che vanno davanti al Parlamento di Nairobi con cartelli scritti a mano, come si faceva una volta, quando le proteste erano ancora fatte di persone e non di hashtag. Chiedono di riavere i loro figli, i loro fratelli, i loro mariti. Non chiedono geopolitica, chiedono corpi vivi.
Ventisette sono tornati. Ventisette su un numero che nessuno sa davvero contare. Tornati con addosso qualcosa che non si vede, ma che pesa: trauma, disillusione, e quella forma strana di silenzio che si impara quando si sopravvive a qualcosa che non si riesce a spiegare.
Intanto la Russia parla di adesioni volontarie e rispetto della legge. L’Ucraina, dall’altra parte, non è innocente nemmeno lei: anche Kiev è stata accusata di cercare combattenti stranieri, africani compresi. Perché le guerre moderne hanno bisogno di uomini, e quando finiscono quelli locali, si allarga il raggio della necessità. O della convenienza.
E così l’Africa si ritrova ancora una volta nel mezzo. Non come protagonista, ma come serbatoio. Di manodopera, di sogni, di corpi.
Mudavadi dice che il rapporto con la Russia è “più ampio” della guerra in Ucraina. Ed è probabilmente vero. Ma per quei ragazzi finiti nel Donbas, il rapporto è stato molto semplice: una promessa, un volo, una divisa. E poi il freddo.
La verità è che il problema non è solo Mosca, o Kiev. È Nairobi, è Mombasa, è ogni città dove un giovane guarda il futuro e lo vede troppo corto. È lì che nasce la disponibilità a credere a qualsiasi offerta, anche a quelle scritte in piccolo, anche a quelle che non dicono tutto.
Finché partire resterà l’unica strategia, qualcuno troverà sempre il modo di trasformare il viaggio in una trappola.
E allora sì, oggi si annuncia che i keniani non verranno più arruolati. Ma in un continente dove il lavoro è una promessa e la dignità una lotteria, la domanda vera è un’altra:
quanto ci metterà il prossimo reclutatore a cambiare indirizzo, nome e bandiera?
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