Editoriali

L'EDITORIALE DI FREDDIE

Il Kenya e il conflitto Israele-Palestina

La posizione del governo, gli interessi e i timori

16-10-2023 di Freddie del Curatolo

Chi vive in Kenya, lo frequenta o ci lavora, si sta chiedendo in questi ultimi giorni quale sia la posizione del paese, del suo governo e dell’opinione pubblica, nei confronti della nuova drammatica guerra tra Israele e Palestina e quali siano le eventuali conseguenze per l’ordine pubblico e la sicurezza, con uno sguardo inevitabile anche al turismo.

Storicamente il Kenya ha sempre avuto buoni rapporti commerciali e istituzionali con lo stato d’Israele, ma allo stesso tempo non può dimenticarsi del suo 11% di cittadini di religione islamica che simpatizzano per la completa indipendenza della Palestina e delle implicazioni diplomatiche che comprendono i rapporti con la tribolata vicina Somalia e quelli con il Medio Oriente.

Non è da sottovalutare, in tale scenario, il fatto che alcuni attentati terroristici del passato in Kenya si siano verificati per la presenza di attività israeliane o di proprietà riconducibili a Tel Aviv, come nel caso del Paradise Beach Hotel a Kikambala, vicino a Mombasa nel 2002, dove morirono 15 persone tra cui 3 turisti proprio israeliani.
Già durante l’attentato di Al Qaeda all’Ambasciata statunitense di Nairobi, nel 1998, che causò la morte di 220 persone, il governo di Benjamin Netanyahu, il primo dell’attuale leader, fu tra i primi ad inviare nella capitale keniana una squadra di 160 soccorritori.

Nonostante i rischi, da cui peraltro non è esente qualsiasi nazione mondiale che abbia preso le distanze da Hamas, il governo Ruto ha confermato il pieno appoggio ad Israele, condannando gli attacchi partiti dalla striscia di Gaza. La posizione del Kenya, vale la pena ricordarlo, non è quella di tutti gli altri paesi del continente. L’Unione Africana è divisa nel prendere le parti dell’una o dell’altra fazione e chiaramente emergono da una parte interessi economici e dall’altra ideologici o religiosi.

Come il Kenya, anche Ghana e Zambia ad esempio hanno espressamente criticato Hamas, mentre il Sudafrica, che da anni condanna apertamente Israele per le sue azioni nei territori occupati, si è schierato a favore della Palestina, e con lui anche Gibuti e Sudan, oltre all’area nordafricana.
Lo stesso presidente dell’AU, Moussa Faki Mahamat, non ha espresso una posizione ufficiale ma ha fatto intendere che in generale il continente penderebbe dalla parte della Palestina.

Secondo gli editorialisti dello Standard, Bryan Obara e Mwangi Maina, “è diventato evidente che il continente si trova di fronte al difficile compito di bilanciare delicatamente il suo sostegno al diritto all'autodifesa di Israele e l'aspirazione palestinese a una patria. Questa complessa situazione è impregnata della storia del colonialismo africano, che aggiunge strati di risonanza storica al dilemma in corso”.
Per quanto riguarda espressamente Nairobi, c’è anche l’idea che il Kenya non senta la necessità di schierarsi apertamente in un conflitto che alla fine non coinvolge in maniera diretta gli interessi economici.

Tuttavia Ruto ha rapporti di amicizia e di lavoro con Tel Aviv, specie nel campo per cui ha studiato e per cui è entrato in politica inizialmente tanti anni fa: l’agricoltura.
Già quando era ministro, erano frequenti i suoi viaggi nello stato ebraico e alcuni progetti israeliani in Kenya hanno preso forma anche grazie al suo intervento. Uno dei quali, il noto Galana-Kulalu, che avrebbe dovuto sviluppare l’immensa vallata del fiume Galana nell’entroterra di Malindi, diventando il secondo polo agricolo più esteso del paese e allo stesso tempo garantire alla povera gente della costa la farina di mais a prezzi decisamente convenienti, naufragò creando uno dei pochi guai diplomatici tra Kenya e Israele.

Nel 2020, l’ambasciatore israeliano in Kenya, Noah Gal Gendler, espresse tutto il suo disappunto per la piega che presero gli eventi, dichiarando che quello del Galana-Kulalu era il primo progetto finanziato dal governo israeliano a fallire miseramente in 70 anni.
“Il progetto Galana Kulalu è stato distrutto da cartelli composti da produttori e importatori di mais – disse senza mezzi termini Gendler - Sono stati loro il motivo per cui il progetto è stato rinviato fin dall'inizio. Era un progetto da governo a governo ed è fallito”.

Divenuto prima vice e poi presidente, Ruto ha avuto modo di rinsaldare i rapporti con Tel Aviv, recandosi in visita ufficiale lo scorso maggio e firmando importanti accordi bilaterali, e anche la first Lady, Rachel, ha recentemente collaborato con l'ambasciata israeliana. Con la sua “Mama Doing Good Initiative”, ha creato “I giardini di Sion” nella contea di Machakos.
Il precedente capo di Stato, Uhuru Kenyatta, diversamente non aveva un buon feeling con Tel Aviv ed i suoi rappresentanti alle Nazioni Unite, più volte si erano schierati con mozioni a favore dello stato palestinese.

Oggi il Kenya sta con Israele, è un dato di fatto, anche se non ha mai espresso parere avverso alla creazione di uno stato arabo nei territori occupati. In una recente votazione su presunti diritti sanitari violati dagli israeliani nei confronti dei palestinesi nella striscia di Gaza, il Kenya non è stato tra i 13 paesi che hanno votato contro (per la cronaca, la mozione è passata con 76 voti favorevoli) ma ha preferito astenersi.
Tuttavia, poco tempo dopo, è stato tra i paesi che si sono schierati contro la richiesta della Palestina di un parere della Corte Internazionale di Giustizia sulle conseguenze legali dell'occupazione israeliana.

Non a caso, nei giorni scorsi, l’Ambasciata Usa ha lanciato l’allarme ai propri connazionali sul rischio di possibili attentati a Nairobi, sconsigliando loro di recarsi in luoghi frequentati da stranieri e di grande aggregazione.
La stessa unità di polizia antiterrorismo del Kenya, sottolinea lo Standard, ha lanciato un appello per una maggiore vigilanza in risposta alle preoccupazioni che Al-Shabaab possa lanciare attacchi come espressione di "solidarietà" con Hamas.
“Il conflitto tra Israele e Hamas a Gaza ha un impatto sulla sicurezza globale. Gruppi terroristici come Al-Shabaab potrebbero condurre attacchi in solidarietà con Hamas per rimanere rilevanti. I kenioti devono essere vigili e segnalare le attività terroristiche alla polizia perché intervenga", si legge in una dichiarazione riportata dal quotidiano keniota.

Forse per addolcire la pillola internazionale, dopo le critiche di Ruto ad Hamas, è arrivata una dichiarazione online del viceministro degli Esteri keniano,  Korir Sing'oei, che si è augurato in primis una soluzione pacifica tra le due fazioni.
“Dobbiamo avere l'audacia di credere che una fratellanza restaurata tra Israele e Palestina sia possibile” ha scritto. Parole che rispecchiano il pensiero della maggior parte dei keniani, come si può leggere nei commenti dei principali articoli in rete che trattano l’argomento o aggiornano sulla tragicità del conflitto.

In pochi prendono posizione (e quei pochi sono filopalestinesi ed hanno nomi o “nickname” arabi), quasi tutti inneggiano alla pace e solidarizzano con la gente comune, dall’una e dall’altra sponda, che si trova in mezzo ai missili e alla barbarie. Per loro e anche perché nel mondo, e soprattutto in Kenya, non vi siano rappresaglie. Ed in questo, ovviamente, fanno molto più paura Hamas e i suoi sostenitori, che lo stato ebraico.

TAGS: israelepalestinarutogovernogalanaagricolturaprogettiguerra

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