Editoriali

EDITORIALE

Sedici madri al giorno nel Kenya che corre ma non dappertutto

I perchè delle morti da complicazioni post parto

22-09-2026 di Freddie del Curatolo

In Kenya ancora oggi una donna può arrivare in ospedale con il pancione sul retro di un boda boda o su un matatu affollato che sussulta ad ogni buca e prende curve paraboliche, dopo aver percorso una strada sterrata al buio, dribblando serpenti, con una mano aggrappata al marito e l'altra sulla pancia. Può aver strisciato, aspettato, pregato. Può essere arrivata finalmente dove qualcuno dovrebbe poterla salvare.
Eppure, ogni giorno, sedici donne non tornano a casa dopo una gravidanza o un parto.

Sedici. È un numero che nei rapporti del ministero diventa una statistica, nei convegni una percentuale, nei programmi sanitari un obiettivo da ridurre. Ma dietro ogni cifra c'è una donna che magari aveva già scelto il nome del bambino, una madre che aspettava di conoscerlo, una famiglia che aveva preparato una culla.

Il Kenya è un Paese che corre verso il futuro, costruisce strade, ospedali, aeroporti, data centre e sogni tecnologici. Ma ogni tanto il futuro dovrebbe fermarsi un momento sulla porta di una sala parto e chiedersi perché una donna, nel 2026, debba ancora rischiare la vita per mettere al mondo un figlio. Perché molte di quelle sedici morti non sono inevitabili.
 

Il paradosso della sala parto

Eppure il Kenya, negli ultimi anni, qualcosa lo ha fatto.
Quasi nove donne su dieci oggi partoriscono in una struttura sanitaria, assistite da personale qualificato. È uno dei risultati delle politiche che hanno cercato di spostare il parto dall'isolamento domestico alla sicurezza di un ospedale o di un health centre.

Ma qui arriva il paradosso.
Arrivare in ospedale non significa necessariamente essere salvate.
L'Organizzazione mondiale della sanità ha recentemente evidenziato proprio questo cambiamento: in Kenya, sempre più donne riescono ad arrivare nelle strutture sanitarie, ma una parte importante delle morti avviene ancora per la qualità insufficiente delle cure ricevute una volta arrivate.

È una distinzione apparentemente tecnica, ma dietro quelle parole ci sono vite.
Una madre può arrivare in ospedale e non trovare sangue per una trasfusione. Può avere bisogno di un cesareo urgente e trovare una sala operatoria occupata o un medico che deve arrivare da un'altra struttura. Può essere trasferita da un ospedale periferico a uno di livello superiore e perdere ore preziose lungo una strada che separa la diagnosi dalla possibilità di salvarla.
E spesso non serve nemmeno una malattia rara.

Una delle principali cause di morte materna è l'emorragia post-partum, responsabile di circa il 40% dei decessi materni. Seguono i disturbi ipertensivi della gravidanza, le infezioni, gli aborti non sicuri e le complicazioni legate a parti difficili. Sono emergenze conosciute dalla medicina e, in molti casi, trattabili. È questo che rende il dato ancora più difficile da accettare.
Non sono necessariamente morti inevitabili.

Quando manca il tempo

La medicina, soprattutto quella ostetrica, ha un nemico che non compare nelle statistiche: il tempo.
Un'emorragia non aspetta l'ambulanza. Una crisi eclamptica non aspetta il medico. Un bambino in sofferenza non aspetta che si liberi la sala operatoria.
E allora anche una distanza apparentemente breve può diventare enorme.

Il Kenya ha 26 contee considerate ad alto carico di mortalità materna e neonatale. Tra queste ci sono anche Nairobi, Mombasa, Kilifi, Kwale, Kisumu, Homa Bay, Garissa, Turkana e Mandera.
Non è soltanto una questione di villaggi lontani e strade sterrate.
È un problema che può esistere anche nelle città, dentro strutture sanitarie che magari hanno un edificio, ma non abbastanza personale, farmaci, sangue, attrezzature o capacità di affrontare contemporaneamente più emergenze.
La fotografia più amara è forse questa: il Kenya ha fatto passi enormi per portare le madri dentro gli ospedali, ma ora deve fare altrettanto per fare in modo che quegli ospedali siano davvero pronti a salvarle.

Però qualcosa si muove

Ed è qui che una storia sconsolata può, almeno per una volta, concedersi un po' di speranza.
A maggio il governo keniano ha lanciato il piano Every Woman, Every Newborn, Everywhere (EWENE) 2026-2028, una strategia nazionale specificamente dedicata alla riduzione delle morti materne e neonatali prevenibili. Il programma concentra gli interventi soprattutto nelle 26 contee a maggiore rischio.
Ci sono soldi, almeno sulla carta.
Il governo ha previsto altri 4 miliardi di scellini attraverso la Social Health Authority per ampliare la copertura dell'assistenza alla maternità, un miliardo per medicinali e forniture essenziali, 2,5 miliardi per i prodotti destinati alla pianificazione familiare e l'assunzione di 5.000 infermieri e ostetriche.
E non è soltanto un piano scritto negli uffici di Nairobi.

A settembre è cominciata in Bomet la costruzione del primo di dieci ospedali specializzati per madri e bambini, all'interno di un programma da 4,5 miliardi di scellini finanziato come sovvenzione dal gruppo Amsons. La struttura avrà 250 posti letto, sale parto, sale operatorie e servizi di terapia intensiva neonatale. Altri ospedali sono previsti, fra le altre località, a Nairobi, Kwale, Mombasa, Garissa, Kisumu, Embu, Nakuru, Uasin Gishu e West Pokot. Sono numeri che, questa volta, possono rappresentare qualcosa di più di una statistica.

Perché una madre non è una statistica

C'è una cosa che la modernizzazione del Kenya dovrebbe imparare a non dimenticare.
Dietro ogni numero c'è un nome.
Dietro quelle sedici madri ci sono sedici donne diverse, con storie diverse, figli che forse le aspettavano, mariti, compagni, sorelle, madri anziane, bambini che da quel giorno cresceranno senza quella voce.
E dietro ogni bambino che nasce c'è una possibilità.

È forse questa la parte più difficile da spiegare del progresso: non si misura soltanto nei chilometri di nuove autostrade, nei grattacieli, nei megawatt prodotti o nei miliardi investiti.
A volte il progresso è una sacca di sangue che arriva in tempo.
Un'ostetrica che non deve scegliere quale paziente seguire.
Un'ambulanza che parte subito.
Una sala operatoria disponibile.
Un farmaco che non è finito.
Un ospedale di livello adeguato che non dista quattro ore.
Un generatore di corrente.
Una bolletta dell’acqua pagata.
Ecco cosa concorre a creare l’immagine di una donna che entra in sala parto e ne esce con il bambino tra le braccia.

Sedici è ancora troppo

Il Kenya ha obiettivi ambiziosi. Il piano EWENE punta a una riduzione rapida delle morti prevenibili e, più in generale, a riportare la mortalità materna molto più vicino agli standard internazionali.
Ma nel frattempo restano quelle sedici.
Sedici donne al giorno sono troppe in un Paese che vuole essere una delle economie più dinamiche dell'Africa. Sono troppe in un Paese che ha medici eccellenti, ospedali moderni, università, tecnologia e competenze. Sono troppe soprattutto perché molte di quelle morti possono essere evitate.
E forse la speranza sta proprio qui.
Non nel fingere che il problema non esista. Non nell'annunciare l'ennesimo piano come se bastasse un comunicato a cambiare la realtà.
La speranza sta nel fatto che oggi il Kenya conosce meglio dove si trova il problema: non soltanto nell'accesso alle cure, ma nella loro qualità, nella tempestività, nelle risorse e nelle persone che devono garantire quella qualità.

Adesso bisogna fare in modo che le promesse arrivino fino all'ultima sala parto.
Fino alla donna che ha paura.
Fino a quella che arriva con il pancione su un boda boda.
Fino a quella che vive a centinaia di chilometri da Nairobi e non ha mai visto un ospedale moderno.
Fino a quella che, semplicemente, dovrebbe avere il diritto più elementare di tutti: partorire senza rischiare di morire.
Perché un Paese può anche diventare un hub dell'intelligenza artificiale.
Ma la vera intelligenza, qualche volta, consiste semplicemente nel riuscire a salvare una madre.

TAGS: madripartogravidanzesanitàneonati

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