Storie

STORIE KENIANE

Kiwayu, quando il vero lusso era sparire dal mondo

La storia di Mike's camp e dei personaggi che lo frequentavano

15-09-2026 di Freddie del Curatolo

C'è stato un tempo in cui, se volevi incontrare Mick Jagger e farci due chiacchiere, non aveva molto senso aspettarlo all'uscita di un concerto o davanti all'ingresso di un albergo a cinque stelle. Avresti avuto molte più probabilità di incrociarlo su una spiaggia deserta del nord del Kenya, con i piedi nella sabbia e un pareo kikoy annodato in vita, lontano da fotografi, fan e curiosi. Per arrivarci, però, bisognava avere un bel gruzzoletto da spendere, e trovarsi in Kenya.

Un piccolo aereo fino a Lamu, poi una barca che sembrava perdersi tra canali di mangrovie, isolotti disabitati e lingue di sabbia bianca, fino a quando comparivano poche capanne dal tetto di makuti, quasi nascoste tra le palme. Nessuna insegna. Nessuna reception. Nessun campanello da suonare. Solo il rumore dell'Oceano Indiano e quella sensazione, sempre più rara, di essere davvero arrivati alla fine del mondo.

Quello era Mike's Camp. E per almeno vent'anni è stato uno dei segreti meglio custoditi dell'Africa orientale.

Oggi si direbbe "eco-lodge", "digital detox", "turismo sostenibile". Ma allora queste definizioni non esistevano ancora. Esisteva soltanto Mike Kennedy, un keniano di origine britannica cresciuto tra l'Africa coloniale e il mare, che aveva avuto un'intuizione semplice quanto rivoluzionaria: il vero lusso non consisteva nell'aggiungere comfort, ma nel toglierli tutti quelli inutili.

Le camere erano costruite con il legno delle mangrovie, le foglie di palma intrecciate e i materiali che la costa offriva da sempre. Le docce funzionavano con un secchio issato da una carrucola. L'elettricità era ridotta all'essenziale. Niente televisione, niente aria condizionata, niente piscina. Sarebbe sembrato un campeggio di fortuna a chi arrivava con gli occhi del turista moderno. In realtà era un albergo di lusso, ma di quel lusso che non aveva bisogno di ostentarsi.

Mike non aveva costruito un resort. Aveva costruito un modo di vivere, e chi arrivava a Kiwayu finiva inevitabilmente per adattarsi ai suoi ritmi. Si mangiava tutti insieme, spesso con lui seduto allo stesso tavolo a raccontare storie di mare, di pesca, di tempeste e di incontri improbabili. Le giornate scorrevano tra snorkeling sulla barriera corallina, uscite in dhow, passeggiate lungo chilometri di spiaggia senza incontrare anima viva, visite ai villaggi Bajuni e tramonti che sembravano sempre l'ultimo spettacolo della giornata.

In realtà, il mito di Kiwayu era nato ancora prima di Mike's Camp. Già nel 1973 Alfredo e Lisa Pelizzoli avevano fondato il Kiwayu Safari Village, quando parlare di turismo naturalistico era quasi un'eresia. I due campi, diversi nello stile ma accomunati dalla stessa filosofia, contribuirono a trasformare questa sottile isola corallina affacciata sulla Riserva Marina di Kiunga in un luogo di culto per viaggiatori, velisti, naturalisti e per quella particolare categoria di persone famose che, almeno in vacanza, desideravano soltanto essere considerate persone normali.

(QUI POTETE ASCOLTARE LA PUNTATA DEL PODCAST SULLA STORIA DEGLI ITALIANI IN KENYA DEDICATA AD ALFREDO PELIZZOLI IN CUI SI PARLA DI KIWAYU)

Fu così che il passaparola cominciò a correre. Non attraverso i social, naturalmente, ma durante una cena a Londra, su uno yacht in Costa Azzurra o in una villa di Mustique. "Conosco un posto dove nessuno ti verrà a cercare". Bastava questa frase.
Ed era vera.

Il New York Times, raccontando Kiwayu nel 2007, definì Mike's Camp quasi la versione bohémien del vicino Safari Village. Un posto dove la ricchezza consisteva proprio nell'assenza di tutto quello che, altrove, veniva considerato indispensabile. L'articolo ricordava anche come, negli anni, quelle spiagge fossero diventate il rifugio di personaggi come appunto Mick Jagger ed altre rockstar, il principe William ed altri nobili, attratti non tanto dall'esclusività quanto dall'anonimato.

Anche altre testimonianze giornalistiche confermano quella sorta di leggenda che ancora oggi accompagna Kiwayu. Il Guardian, parlando della zona dopo i tragici fatti del 2011, ricordava tra gli ospiti abituali anche l'artista britannica Tracey Emin e l'attrice Imelda Staunton. Altre fonti citano soggiorni del principe Harry, di membri dell'aristocrazia inglese e di facoltosi imprenditori europei e mediorientali. Difficile sapere con precisione chi sia passato davvero da quelle capanne affacciate sul mare, anche perché la discrezione era parte integrante dell'esperienza. Anzi, probabilmente era il servizio più prezioso che Mike offriva ai suoi clienti.

E in fondo era questo il fascino di Kiwayu. Nessuno arrivava lì per farsi vedere. Ci si arrivava per sparire.
In quegli anni il Kenya possedeva ancora molti luoghi così. Malindi stessa, pur essendo infinitamente più accessibile, aveva angoli che sembravano appartenere solo a chi li conosceva. Watamu era un piccolo villaggio di pescatori in cui chi se lo poteva permettere atterrava con il suo aereo direttamente sulla spiaggia. Lamu viveva ancora secondo il ritmo degli asini e delle maree e ospitava anche figli di papà in cerca di se stessi e dediti a qualche eccesso. E Kiwayu rappresentava il gradino successivo: il posto dove finiva perfino la sensazione di essere turisti.

Poi il mondo è cambiato. Sono arrivati internet, gli smartphone, i voli low cost, i social network. Anche il turismo ha cambiato pelle. Il lusso ha ricominciato a coincidere con le dimensioni delle suite, con le infinity pool e con le fotografie da pubblicare online.

Mike's Camp è rimasto quasi uguale.
Ha attraversato anche momenti difficili. Dopo il drammatico rapimento di una turista britannica al vicino Kiwayu Safari Village nel 2011, tutta quella parte della costa subì un durissimo contraccolpo. Per anni il nord del Kenya scomparve dagli itinerari dei tour operator internazionali, nonostante quell'episodio fosse rimasto isolato e la vita avesse continuato a scorrere con la stessa lentezza di sempre.

Eppure, proprio chi conosce l'Africa sa che certi luoghi hanno una forza particolare. Resistono alle mode, alle crisi, perfino al tempo.

Mike's Camp continua ancora oggi a essere uno di quei posti che non si scelgono per il numero di stelle o per il buffet della colazione. Lo si sceglie perché rappresenta un'idea di viaggio che rischia di scomparire: quella in cui il lusso era il silenzio, il mare non aveva moto d'acqua, la sera si parlava guardando le stelle e, se per caso al tavolo accanto c'era il cantante più famoso del mondo, nessuno sentiva il bisogno di chiedergli un autografo.

Forse è questo il motivo per cui, ancora oggi, quando si pronuncia il nome di Kiwayu, chi ha conosciuto il Kenya di qualche decennio fa sorride con un pizzico di nostalgia. Non perché fosse tutto migliore. Ma perché esistevano ancora luoghi dove il mondo sembrava lontanissimo e la parola "esclusivo" non significava costoso, bensì semplicemente irraggiungibile.

TAGS: KiwayuLamuarcipelagoPelizzoliJagger

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