CONSERVAZIONE
29-09-2026 di Freddie del Curatolo
C’è stato un tempo in cui il problema dei rinoceronti in Kenya, in teoria, era molto semplice: non farli sparire.
Il bracconaggio, le leggende orientali del corno miracoloso se sbriciolato e usato come viagra naturale, la difficoltà a riprodursi per via del cambiamento climatico, la scomparsa del rinoceronte bianco settentrionale e i tentativi disperati di fecondazioni in vitro.
Oggi, dopo anni di attenzione e cura degli esemplari neri, quelli più comuni, incredibilmente, il problema comincia ad essere un altro: dove metterli.
È una di quelle ironie della sorte che la natura, quando le cose finalmente cominciano ad andare bene, si diverte a consegnare agli uomini. Ed anche per via del fatto che in Kenya di natura ce n’è ancora tanta, il Kenya è uno dei luoghi prescelti per tali paradossi.
Per decenni abbiamo contato i rinoceronti per paura che diventassero sempre meno. Adesso li contiamo perché stanno diventando sempre di più e, soprattutto, perché in alcuni territori lo spazio comincia a non bastare.
Il dato racconta una piccola grande storia del Kenya della conservazione: la popolazione di rinoceronti neri ha raggiunto i 1.147 esemplari alla fine del 2025. Negli anni Ottanta erano precipitati a circa 350, decimati dal bracconaggio e dal commercio illegale del corno.
Non è un dettaglio statistico. È quasi un ribaltamento della storia.
Il Kenya che aveva visto scomparire migliaia di rinoceronti oggi deve occuparsi della loro espansione. E il Kenya Wildlife Service, che nel 1989 nacque anche sull'onda della drammatica crisi della fauna selvatica, si trova davanti a una sfida che ha qualcosa di piacevolmente surreale: non soltanto proteggere gli animali, ma creare loro spazio.
Nel Tsavo, per esempio, il vecchio Ngulia Rhino Sanctuary era arrivato ad ospitare quasi 150 rinoceronti in appena 92 chilometri quadrati, mentre la sua capacità ecologica era stimata in circa 60 animali. La soluzione non poteva essere chiedere ai rinoceronti di fare meno rinoceronti.
Così il santuario è stato enormemente ampliato, fino a 3.200 chilometri quadrati, creando quella che il KWS definisce la più grande area protetta al mondo dedicata ai rinoceronti.
Perché i rinoceronti, bisogna ricordarlo, non sono pecore, anche se un noto fotografo e ranger italiano, per abitudini e stanzialità li definisce “poco più che mucche e tori”.
Sono territoriali, testardi, massicci e piuttosto poco inclini alla diplomazia. Quando lo spazio diminuisce e gli animali aumentano, possono cominciare le dispute territoriali. E alcune di queste possono finire male. Il successo della conservazione, insomma, può produrre un nuovo problema: troppi animali concentrati nello stesso posto.
La parola "troppi", naturalmente, va usata con cautela. Non significa che il Kenya abbia improvvisamente una sovrabbondanza di rinoceronti nel senso generale del termine. Il rinoceronte nero orientale resta una specie gravemente minacciata. Significa piuttosto che alcuni nuclei della popolazione hanno raggiunto una densità tale da richiedere nuovi territori, trasferimenti e una gestione più sofisticata.
Ed è qui che la conservazione entra nella sua fase adulta.
Non basta più proteggere un animale dal bracconiere. Bisogna pensare alla genetica della popolazione, ai corridoi, all'acqua, al territorio, alla riproduzione, alla convivenza con le comunità e perfino a dove mandare un rinoceronte quando la sua casa è diventata troppo affollata.
Lo si è visto anche a Loisaba, dove nel gennaio 2024 ventuno rinoceronti neri sono stati trasferiti da Ol Pejeta, Lewa e Nairobi National Park, riportando la specie in un territorio dal quale mancava da circa mezzo secolo. Da allora sono nati nove piccoli e la popolazione locale è arrivata a trenta esemplari.
È una storia che meriterebbe di essere raccontata anche senza il rinoceronte protagonista. Perché parla di come funziona, quando funziona, la conservazione africana: anni di lavoro silenzioso, ranger, veterinari, ricercatori, comunità, conservancies e KWS. E soprattutto una quantità enorme di pazienza, specie se qualcuno dall’alto (è accaduto) commette errori di valutazione solo per consegnare alla sua breve storia politica un evento mediatico.
Una parte di questi sforzi sono stati raccontati anche da RHINO, il documentario diretto da Tom Martienssen e narrato da Tom Hardy, presentato a Nairobi in occasione del World Rhino Day. Martienssen era arrivato in Kenya aspettandosi di testimoniare l'ennesima storia sulla crisi del rinoceronte e si è trovato invece davanti a tutt’altra vicenda. Per cinque anni ha seguito ranger e squadre della conservazione, portando sullo schermo soprattutto le persone che normalmente rimangono dietro le quinte.
Ed è forse questa la parte più importante del film: ricordare che i rinoceronti che oggi vediamo non sono semplicemente "sopravvissuti".
Sono il risultato di qualcuno che li ha protetti.
Il KWS ricorda che all'inizio degli anni Settanta il solo ecosistema di Tsavo ospitava più di 8.000 rinoceronti neri. Nel 1989 ne erano rimasti meno di venti. Fu anche quella catastrofe a contribuire alla nascita del Kenya Wildlife Service.
Oggi il Kenya conta oltre duemila rinoceronti complessivamente e punta a portare quelli neri verso quota 2.000 entro il 2037.
Sembra quasi una favola a lieto fine.
Ma in Africa le favole, anche quelle con il lieto fine, hanno sempre una seconda pagina.
Perché salvare una specie dall'estinzione è già un'impresa. Farla tornare a crescere è ancora più bello. Ma poi bisogna darle una casa. E oggi è un dato di fatto che non ci sia abbastanza Kenya per i suoi abitanti originali, gli animali.
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