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Ancora fosse comuni, quando il Kenya è inquietante

A Kericho 32 corpi sepolti, quasi tutti bambini

26-03-2026 di Freddie del Curatolo

Ogni tanto, in questo Paese, mi tocca scrivere notizie che arrivano già con un odore addosso.
Non quello della verità, che in Kenya è spesso un profumo raro, ma quello della terra smossa in fretta, della pioggia che cade nel momento sbagliato, e del silenzio che segue quando nessuno sa bene cosa dire.

A Kericho, nell’ovest del Paese, qualcuno ha scavato di fianco a un cimitero seguendo un’indicazione.
Dovevano essere quattordici corpi. Sono diventati trentatre, a quanto riferisce Citizen Digitale e riporta anche AP News.
E soprattutto, erano quasi tutti bambini.
E allora sì, il pensiero torna inevitabilmente a Shakahola, ai 430 corpi riesumati da fosse comuni, che appartenevano ai seguaci della cosiddetta "setta dei digiuni", che il sedicente predicatore ed ex tassista di Malindi, Paul Nthenge Mackenzie aveva convinto a ritirarsi in una foresta ed astenersi al cibo per poter morire "puliti" ed arrivare al cospetto di Gesù in paradiso.
A quella lunga fila di sacchi, a quelle fosse che sembravano non finire mai, a quella fede trasformata in una trappola mortale da un pazzo.
Ma qui, almeno per ora, Dio non c’entra. O forse sì, ma in modo più confuso, più terreno, più burocratico. E quindi, se possibile, ancora più inquietante.

Un ordine del tribunale per riesumare i corpi. Una procedura che, sulla carta, avrebbe dovuto essere quasi routine. Poi la terra ha cominciato a cedere, e con lei le certezze.
Alla fine della giornata, sotto una pioggia insistente che sembrava voler lavare via tutto, prove comprese, quei corpi erano più che raddoppiati. Di questi, 25 erano bambini. Neonati, feti, piccole vite mai iniziate davvero. E già qui il racconto si ferma, perché ogni spiegazione sembra improvvisamente troppo piccola.

Il patologo governativo, Richard Njoroge, ha scelto parole che in Kenya suonano come un allarme gentile: “abbastanza insolito”. È così che si descrivono le cose che non si riescono a spiegare senza aprire troppe porte. Corpi ammassati in sacchi, alcuni integri, altri ridotti a ossa e frammenti. Tempi di morte diversi. Origini diverse. Una storia che non sta in piedi da sola.
E infatti non lo fa.

Secondo le prime ricostruzioni del Directorate of Criminal Investigations, almeno 13 di quei corpi provenivano ufficialmente da un ospedale della vicina contea di Nyamira. Corpi non reclamati, dicono. Trasferiti e sepolti venerdì scorso. Tutto regolare, sulla carta.
Ma la carta, in Kenya, è un materiale fragile. Si piega, si perde, si riscrive.
Perché allora i corpi sono più del doppio? Perché molti sono bambini, alcuni addirittura feti? E soprattutto, perché seppellirli così, in sacchi, in una fossa comune che sembra più una discarica che un luogo di riposo?

Le autopsie — che iniziano oggi — dovrebbero dare risposte. Ma l’esperienza insegna che spesso, più che risposte, portano nuove domande. E qualche volta nemmeno quelle.
Intorno al sito, la scena era quella già vista: tute bianche, guanti, mascherine, la coreografia della scienza che prova a mettere ordine nel caos. E poi la gente, raccolta a distanza, a guardare. Alcuni in silenzio, altri con quello sguardo che in Kenya si riconosce subito: non è sorpresa, è riconoscimento.
Come dire: ci risiamo.

Perché il punto non è solo cosa è successo a Kericho. Il punto è che questo Paese sembra avere una memoria corta e una capacità infinita di ripetere i propri incubi, cambiando solo i dettagli.
Shakahola era la fede che uccideva. Qui potrebbe essere la negligenza, o il traffico, o la burocrazia che smette di essere amministrazione e diventa complicità. Ma il risultato non cambia: corpi senza nome, vite senza storia, famiglie che forse non sapranno mai.
E mentre la pioggia cadeva sulle fosse aperte, qualcuno avrà pensato che in fondo è sempre così: in Kenya la verità non viene mai sepolta del tutto. Ma nemmeno riesumata completamente.
Resta lì, a metà. Proprio come quei corpi.

TAGS: vittime corpiriesumatiShakahola

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