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Perché gli africani non vogliono vaccinarsi

I motivi principali della diffidenza visti dal Kenya

30-08-2021 di Freddie del Curatolo

Nelle nazioni più evolute (quindi più avanti nel processo di involuzione) i cosiddetti “no vax” propongono moltissime argomentazioni per ribellarsi a quella che ritengono una “dittatura sanitaria”. Argomentazioni che abbracciano i campi della biogenetica, dell’economia, del satanismo, del sovrannaturale e così via. Effetti anche della macroesposizione a internet e ai suoi milioni di informazioni, approfondimenti, dietrologie, bufale.
Nell’Africa subsahariana, lo abbiamo già scritto in passato, solo il 20% circa della popolazione accede in maniera continuativa e completa alla rete. Oltre ad un buon terzo di persone che non sanno nemmeno cosa sia internet e cosa offra, la maggioranza è connessa con offerte del loro operatore che permettono a bassissimo costo di accedere a servizi ormai essenziali come whatsapp.
Eppure la percentuale di chi non vorrebbe vaccinarsi per proteggersi dal Covid-19 è molto più alta qui che in Europa. I motivi possono essere ricercati più nella storia e nelle abitudini dei popoli africani, piuttosto che in nuove forme di conoscenza e nuove paure.
Gli occidentali avversi alle vaccinazioni spesso dimenticano che intere generazioni a partire dai bisnonni sono state immunizzate da poliomelite, tifo, colera e addirittura da malattie minori, senza grossi problemi.
Gli africani, forti di tradizioni orali e della ripetitività degli eventi e della loro condizione di miseria, tendono in questo caso a ricordare tutto.
Il Kenya, fonte da cui attingiamo statisticamente e per esperienza diretta, ha addirittura una percentuale di persone informate maggiore di altre realtà del continente e anche una minore incidenza della vita rurale, rispetto a quella negli insediamenti urbani dove volenti o nolenti si deve venire a contatto con gli aspetti della civiltà di cui si può anche avere timore.
Abbiamo quindi stilato una lista delle ragioni più diffuse che tengono lontano i keniani dai centri vaccinali.

PROBLEMI ECONOMICI

La maggior parte dei keniani vivono in equilibrio sopra la soglia minima di sopravvivenza, calcolata dai programmi alimentari delle Nazioni Unite in 2 dollari al giorno. Gli ultimi dati danno in crescita i nuovi disperati (quelli che vivono sotto la soglia): sarebbero quasi  4 milioni.
Quasi tutti non hanno mai visto un ospedale.
Molti altri sono arrivati in una struttura sanitaria agonizzanti o già deceduti.
Questo avviene perché non si hanno risorse economiche non solo per pagare le pur minime spese di ammissione, ma anche per mancanza di denaro per pagare il trasporto per arrivare al nosocomio più vicino. Inoltre c’è il timore che una volta visitati e curati, si debbano assumere medicinali che quasi mai non sono supportati dalla mutua. Ergo: se il vaccino significa doversi recare in ospedale, no grazie!

DIFFIDENZA DELLA SANITA’ PUBBLICA

Negli ospedali pubblici difficilmente si viene curati a dovere. Questo è il sentimento principale degli africani. Questione di soldi, di lassismo, di corruzione, di scarsa preparazione del personale.
Tanti sono i motivi per cui si preferisce affidarsi a guaritori tradizionali o a persone conosciute che prestano servizio in piccole strutture locali o anche in cliniche improvvisate dove i servizi costano poco, c’è magari più attenzione e meno dispersione, ma anche poca possibilità di essere curati come si deve. “Quando entri in ospedale non sai se e come ne esci” recita un antico adagio africano.
I tanti scandali legati all’inefficienza della sanità in Kenya, i continui scioperi e le notizie relative a parenti ed amici, non aiutano di certo il processo vaccinale. La percezione rimane quella che in ospedale si va solamente quando si sta male.  Un altro motivo di diffidenza, propagandato da persone più acculturate ed informate, riguarda la mancata implementazione del vaccino per la malaria, atteso da almeno quindici anni e relativo ad una malattia che uccide circa 380 mila persone ogni anno in Africa (95% dei decessi globali), numeri quattro volte più alti del coronavirus, infinitamente più alti se si tolgono gli estremi del continente, ovvero paesi arabi mediterranei e Sudafrica.

FATALISMO E PREVENZIONE

Il vaccino è chiaramente una cura preventiva e in quanto tale viene compreso e accettato molto meno, in un contesto in cui il fatalismo da sempre è la migliore cura contro la percezione dell’ingiustizia umana e globale di cui gli africani sono l’esempio più evidente.
In generale la prevenzione viene accettata quando è obbligatoria ma l’intento non è mai condiviso a fondo. Quando si ha bisogno di tutto, la priorità va immediatamente a quello che serve nel presente, non per evitare qualcosa che potrebbe accadere in futuro. A quello ci deve pensare il divino.
Le campagne di sensibilizzazione in alcuni paesi africani infatti non vertono sulla bontà del vaccino, ma sul fatto che dopo averlo ottenuto il Paese potrà tornare alla normalità e cancellare misure restrittive che pesano molto sulle abitudini delle persone, soprattutto il ritorno a poter celebrare matrimoni e funerali con numeri cospicui di persone presenti.
 

CONTROLLO DELLE NASCITE

Le campagne di contraccezione, maschile e femminile, da parte di molti governi africani, hanno quasi sempre fallito. La motivazione principale è legata alla religiosità della gente e particolarmente alla fede cattolica. Sono in primis i preti, i vescovi e i predicatori a consigliare ai fedeli di non seguire i dettami delle istituzioni. All’inizio degli anni Novanta, l’AIDS ha cambiato un po’ le cose, ma la diffidenza riguardo al fatto che si vogliano limitare le nascite nel continente africano è rimasta.
Specialmente da parte delle strutture centrali. Nel 2014 in Kenya fece molto scalpore la presa di posizione del consiglio delle diocesi di Nairobi che si scagliò contro la campagna vaccinale per il tetano, instillando dubbi sul tipo di vaccino utilizzato che, secondo la chiesa keniana, avrebbe favorito la sterilità femminile. Per i vescovi keniani tutto ciò oltretutto sarebbe stato fatto di proposito. La dichiarazione portò ad analisi supplementari del vaccino ed infine a dichiarazioni definitive sulla legittimità e sull’assenza di rischi dell’operazione.
Tuttavia la percezione che, attraverso l’inoculazione di un liquido, il “potere” voglia controllare le nascite, è un sentimento molto presente nel popolo africano ed ogni volta che torna in auge una campagna vaccinale, uno dei timori specialmente delle donne riguarda potenziali problemi all’apparato riproduttivo. Recentemente anche il consiglio dei mussulmani della costa del Kenya, ha ammesso che buona parte dei propri fedeli sono convinti che dietro il vaccino si nasconda “un piano per spopolare l’Africa”. Non a caso l’ufficiale pubblico della sanità di Mombasa, Oginga, ha chiesto agli ecclesiastici di qualsiasi fede di essere i primi a dare il buon esempio ai concittadini, vaccinandosi pubblicamente.

CREDENZE POPOLARI E MEDICINA TRADIZIONALE

Da generazione a generazione, in Africa resiste l’affezione alla medicina tradizionale per curare qualsiasi cosa. Anche per il Covid-19, come avvenne già per l’influenza spagnola negli anni Venti e per un’altra grande epidemia di una malattia respiratoria che qui chiamarono “kivuli” negli anni Cinquanta, i guaritori erbalisti locali preferiscono le loro pozioni e i fumenti all’idea di farsi iniettare qualcosa di chimico e trasparente. “Ciò che si trova in natura funziona, tutto il resto può crearlo solo Dio”, recita un detto di una tribù centrafricana. Come scrivo nel recente libro pubblicato con Angelo Ferrari, “La pandemia in Africa”, la Congregazione degli Anziani Mijikenda, i “Kaya Elders” ha chiesto ufficialmente al Governo keniano di poter inserire le pratiche ancestrali per fronteggiare le malattie respiratorie tra le cure del Covid-19, ma la risposta è stata simile a quella data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità su altre cure naturali provenienti dai Paesi africani: possono costituire abitudini utili ed allevianti, ma non devono essere considerate cure né tantomeno gli unici rimedi per chi ha contratto il Coronavirus.
“Così gli anziani, le madri di famiglia e i contadini dell’entroterra costiero, continuano ad avvolgersi nei loro mantelli e scomparire tra i fumi dell’acqua bollente – si conclude il capitolo del libro - mentre intorno a loro, sotto imponenti baobab di villaggi che riportano indietro almeno di 1000 anni, si spande profumo di erbe africane”.

TAGS: vaccini kenyano vax kenyasituazione kenya

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