DENTRO IL KENYA
07-07-2026 di Freddie del Curatolo
Il 7 luglio per il Kenya non è una data qualsiasi. È il Saba Saba Day, il giorno in cui nel 1990 migliaia di cittadini sfidarono il regime di Daniel arap Moi chiedendo libertà, democrazia e multipartitismo. Trentasei anni dopo, quella ricorrenza continua ad incutere un certo timore, di nuove proteste di strada e di nuovi scontri, dopo quelli del 25 giugno scorso, altra data che ormai è entrata nel calendario dei dimostranti, anche se di quelli dalla memoria più fresca e giovane.
Nairobi specialmente si prepara oggi a vivere un'altra giornata ad tensione, speriamo solo accennata o virtuale, come spesso avviene quando i proclami non superano i confini dei social. Diverse scuole hanno annunciato comunque la chiusura preventiva, la polizia è stata dispiegata nei punti nevralgici della capitale e il governo teme che il tradizionale Saba Saba Day possa trasformarsi nell'ennesima manifestazione contro il presidente William Ruto.
Ma cos’è il Saba Saba Day?
Saba in swahili significa “sette”, quindi saba-saba è il 7 luglio, anniversario della prima grande manifestazione popolare che, nel 1990, incrinò definitivamente il regime monopartitico del presidente Daniel arap Moi e aprì la strada al ritorno della democrazia multipartitica.
Una giornata nata da una speranza e come tante finita nel sangue, ma che almeno ha portato a qualcosa: un Kenya più democratico.
Il 7 luglio 1990 a molti keniani sembrò, per la prima volta, che l'inverno della dittatura potesse finire. Dopo quasi trent'anni dall'indipendenza, il Paese viveva sotto il controllo del partito unico KANU e del presidente Daniel arap Moi, in un clima di repressione politica, censura, corruzione e paura.
Pochi mesi prima era stato assassinato il ministro degli Esteri Robert Ouko, un delitto mai chiarito che molti oppositori considerarono un omicidio di Stato. La sua morte divenne il simbolo di un sistema ormai arrivato al limite.
Fu allora che figure storiche dell'opposizione, come Kenneth Matiba, Charles Rubia, Oginga Odinga e suo figlio Raila, decisero di convocare una manifestazione al parco di Kamukunji, a Nairobi, per chiedere elezioni libere, la fine del monopartitismo e una nuova Costituzione.
Il governo reagì arrestando gli organizzatori ancora prima dell'evento, accusandoli addirittura di preparare un colpo di Stato. Ma la protesta si svolse ugualmente.
Kamukunji, la repressione e oltre cento morti
Quel 7 luglio Kamukunji si riempì di migliaia di persone. La polizia intervenne con estrema violenza per disperdere la folla. I giovani degli slum risposero con pietre e barricate, mentre gli scontri si estesero ad altri quartieri della capitale. Alcune sedi del KANU vennero incendiate.
Il bilancio ufficiale fu molto inferiore alla realtà, ma secondo numerose ricostruzioni le vittime superarono il centinaio. Centinaia furono anche gli arrestati, tra cui lo stesso Raila Odinga, destinato negli anni successivi a diventare il volto più noto dell'opposizione keniana.
Quella repressione, però, non fermò il cambiamento. Le pressioni dell'opinione pubblica, delle Chiese, della comunità internazionale e degli Stati Uniti costrinsero infine Moi ad accettare il ritorno del multipartitismo, aprendo una nuova fase della storia politica del Kenya.
Il primo Saba Saba senza Raila
Quello di oggi ha anche un significato particolare perché è il primo Saba Saba celebrato senza Raila Odinga, scomparso lo scorso ottobre. Per oltre tre decenni il suo nome è stato quasi inseparabile da questa ricorrenza: prima come giovane oppositore arrestato nel 1990, poi come leader delle grandi mobilitazioni contro i governi che si sono succeduti negli anni.
La sua assenza rende questa giornata ancora più simbolica, mentre il malcontento popolare ha ormai trovato nuovi protagonisti, soprattutto tra i giovani della cosiddetta Gen Z, che negli ultimi due anni hanno riportato le piazze al centro della vita politica keniana.
Una ricorrenza che guarda al presente
Il Saba Saba Day non è una festa nazionale nel senso tradizionale del termine. È piuttosto un anniversario della partecipazione popolare, della richiesta di maggiore democrazia e del diritto a dissentire. Tra l'altro è qualcosa che accomuna parte dell'Africa orientale e di quella di lingua swahili, in quanto il 7 luglio è anche una celebrazione importante per la Tanzania, più istituzionale ma altrettanto "democratica", perchè segna la nascita dell'African Union of Tanganyika, il movimento che guidò il Paese verso l'indipendenza. Ma mentre con i primi presidenti era festeggiata unilateralmente, oggi sembra una commemorazione più per opposizione e attivisti e contro quello che viene definito un regime, ovvero la presidenza della leader Samia Suluhu Hassan, specie dopo le violenze post elettorali dell'ottobre scorso, quando persero la vita migliaia di persone.
Ma proprio perché porta con sé questa eredità, ogni anno rappresenta anche un banco di prova per il governo di turno. Oggi, con un Paese attraversato da tensioni economiche, sociali e politiche, il rischio è che la memoria del 1990 torni a intrecciarsi con l'attualità.
Il Kenya spera che il 7 luglio resti il ricordo di una conquista democratica e non si trasformi nell'ennesimo capitolo di una stagione di scontri e violenze che, trentasei anni dopo, continua a ricordare quanto la democrazia non sia mai un traguardo definitivo, ma un equilibrio da difendere ogni giorno.
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