AMBIENTE E NATURA
03-03-2026 di Freddie del Curatolo
Tra Watamu e Kilifi, su quella striscia di costa dove l’Oceano Indiano sembra ancora saper pregare, hanno ucciso un altro baobab. Non uno qualunque. Non uno dei tanti giganti bonari che punteggiano la savana come vecchi filosofi distratti.
Hanno abbattuto lui, il baobab dei due innamorati.
Quattro secoli e mezzo, più o meno. Li avevamo contati così, a occhio e cuore, io e Leni, con il metro avvolto attorno alla sua circonferenza come si abbraccia un parente anziano che non si vede da tempo. Avevamo segnato coordinate, altezza, diametro. Lo avevamo mappato come si mappano i tesori. Perché quello era: un’opera d’arte immortale piantata nella sabbia rossa. Quasi cinquecento anni di bellezza e memorie.
E lo avevamo schedato con quel nome.
Ma non era solo la mole, non era solo la sua aria da cattedrale vegetale.
Era l’immagine. Nelle venature del tronco, nei rigonfiamenti della corteccia, si stagliava una scena che nessun artista contemporaneo avrebbe saputo scolpire con tale crudele delicatezza: due innamorati, avvinti, stretti per sempre dentro lingue di fuoco. Una dannazione che sembrava promessa, un inferno che sapeva di eternità.
Gli anziani di Roka Maweni raccontavano che sotto quell’albero sacro i loro nonni pregavano. Offrivano piccoli doni votivi, consacravano figli e nipoti a matrimoni felici. Si chiedeva al baobab di custodire l’amore, di proteggerlo dalle tempeste, dai tradimenti, dalla fame e dalla noia. Si affidava alla sua ombra ciò che gli uomini non sanno tenere tra le mani.
Poi arrivano i tempi moderni, che bisognerebbe chiamare in un altro modo: tempi del futuro affrettato, tempi del progresso miope.
Le fiamme che la Natura aveva disegnato nelle sue fibre, come una metafora paziente, sono diventate fiamme vere.
Lo hanno incendiato. Poi, quando non bastava, lo hanno finito a colpi di machete e seghe elettriche.
Un’esecuzione in piena regola. Per liberare un campo. Per preparare fondamenta. Per costruire bunker di cemento.
Bunker. Non case, non scuole, non ospedali: bunker. Simboli perfetti di una civiltà che pratica l’infelicità come forma di espressione sociale di massa e chiama frustrazione la propria salvezza. E non parlo soltanto di chi vive qui e magari ha perso, come accade ovunque, il senso del sacro quotidiano. Parlo di noi. Di noi occidentali che abbiamo sbriciolato cattedrali interiori e monumenti millenari in nome del progresso, e poi veniamo in Africa convinti di poter ribaltare la narrativa, e invece perseveriamo nello stesso copione.
Il Kenya possiede opere d’arte immortali che non sono nei musei, ma crescono dalla terra. Non hanno targhe, non hanno sponsor, non hanno inaugurazioni con buffet e discorsi ufficiali. Hanno radici profonde e silenzi antichi. E noi li trattiamo come sterpaglia.
Un baobab di quattrocento anni non è solo legno. È memoria stratificata. È archivio climatico. È altare pagano. È scultura vivente. È una dichiarazione di resistenza contro la nostra ansia di possesso.
Abbatterlo per fare posto al cemento è come bruciare un manoscritto medievale per accendere il barbecue. È un gesto che non grida, ma sussurra la nostra incapacità di riconoscere il bello quando non produce rendita immediata.
Alla faccia dell’amore e degli innamorati, che dovrebbero essere protetti, glorificati, raccontati. Alla faccia delle guerre che combattiamo per liberarci dal male, mentre il male più sottile – quello che devasta senza sangue, quello che cancella senza rumore – lo coltiviamo con cura nelle nostre scelte quotidiane.
Il baobab dei due innamorati non c’è più. Resterà forse in qualche fotografia sgranata, nei ricordi di chi lo ha visto, nelle storie degli anziani che un giorno non ci saranno più nemmeno loro.
E al suo posto sorgerà un bunker. Solido, geometrico, senz’anima. Perfetto per difendersi da un mondo che abbiamo reso sempre più ostile.
Forse un giorno qualcuno misurerà anche lui, quel bunker. Ne calcolerà i metri quadri, la resa, il valore di mercato. Ma nessuno, tra quattrocento anni, andrà ad abbracciarlo per chiedergli protezione per un figlio che si sposa.
Perché il cemento non ascolta. E l’amore, senza ombra, brucia davvero.
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