KENYA NEWS
15-06-2026 di Freddie del Curatolo
E' stato uno dei leader delle proteste degli ultimi anni, è l'attivista di riferimento della Generazione Z keniana, quella che più di tutti vorrebbe un cambiamento nel Paese, che lotta contro quelli che molti definiscono i mali incurabili, come la corruzione, il tribalismo, le lobby di potere.
Per questo Boniface Mwangi è stato più volte arrestato, minacciato e portato in Corte. E non gli è andata meglio neanche quando è andato in Tanzania per solidarizzare con il leader dell'opposizione Tundu Lissu. Lì lo hanno incarcerato e torturato.
Ma ora Mwangi, ex reporter e fotografo che raggiunse la notorietà documentando il caos post elettorale del 2008 negli slum di Nairobi, ha deciso di candidarsi alla presidenza del Kenya nelle prossime elezioni, con il partito Ukweli, che in swahili significa semplicemente "Verità".
L'ultimo passo verso quella che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata una provocazione più che un progetto politico è arrivato venerdì a Nairobi, dove l'assemblea nazionale dei delegati del partito lo ha eletto ufficialmente leader della formazione. Un'investitura che offre a Mwangi non soltanto una piattaforma politica strutturata, ma anche un veicolo elettorale con cui tentare il salto dall'attivismo alla guida del Paese.
Per molti keniani il suo nome è legato alle immagini più crude della crisi post-elettorale del 2007-2008. Le sue fotografie degli slum in fiamme, delle vittime delle violenze e delle ferite aperte di una nazione divisa fecero il giro del mondo. Da allora la sua vita è stata una continua battaglia contro il potere, qualunque colore politico avesse. Prima sotto i governi di Mwai Kibaki, poi sotto Uhuru Kenyatta e infine durante l'amministrazione di William Ruto. Negli ultimi due anni Mwangi è diventato uno dei volti simbolo delle mobilitazioni popolari guidate soprattutto dai giovani. Ha denunciato corruzione, sprechi pubblici, brutalità della polizia e l'incapacità della classe dirigente di rispondere alle richieste di una popolazione sempre più giovane e sempre più frustrata. Un percorso che gli ha procurato sostenitori entusiasti ma anche numerosi nemici.
Nel suo primo intervento da leader di Ukweli Party ha insistito proprio sulla necessità di costruire una forza politica inclusiva, capace di superare appartenenze etniche e schieramenti tradizionali. Ha parlato di una formazione che ascolti i cittadini, che lavori per tutti i keniani indipendentemente dalla loro provenienza o dal loro orientamento politico e che restituisca credibilità alle istituzioni democratiche.
La candidatura presidenziale per le elezioni del 2027 era stata annunciata già lo scorso anno. Da allora Mwangi ha iniziato una serie di viaggi in tutto il Paese per promuovere il proprio programma, raccogliere fondi e costruire una rete nazionale di sostenitori. Al centro della sua proposta ci sono riforme della governance, trasparenza amministrativa, responsabilità politica e inclusione.
Resta da capire se il passaggio dalla protesta alla politica sarà altrettanto efficace. La storia africana è piena di attivisti che hanno saputo infiammare le piazze ma non conquistare le urne. E il Kenya rimane un Paese dove le alleanze etniche, le strutture di partito e le risorse economiche continuano ad avere un peso enorme nelle competizioni elettorali.
Eppure la sola presenza di Boniface Mwangi nella corsa a State House racconta qualcosa del Kenya di oggi. Un Paese nel quale una parte crescente della popolazione, soprattutto tra i giovani, sembra sempre meno disposta ad accettare che il potere continui a passare tra gli stessi cognomi, le stesse famiglie politiche e gli stessi equilibri di sempre. Se quella voglia di cambiamento basterà a portare un attivista alla presidenza, lo diranno le urne. Per il momento, la battaglia di Boniface Mwangi entra ufficialmente in una nuova fase.
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