KENYA NEWS
02-07-2026 di Freddie del Curatolo
Per decenni l'Africa ha cercato il denaro necessario per costruire strade, ospedali, scuole e infrastrutture rivolgendosi alle grandi istituzioni finanziarie internazionali e ai governi più ricchi del pianeta. Talvolta approfittandone, con leader e alti dirigenti che facevano "la cresta" e poca roba che restava attaccata alle esigenze dei cittadini.
Oggi il presidente del Kenya William Ruto sostiene che sia arrivato il momento di cambiare paradigma: i capitali, dice, esistono già nel continente, bisogna solo imparare a raccoglierli e investirli meglio.
Non è la prima volta che Ruto invita l'Africa a liberarsi dalla dipendenza economica dall'estero, lo ha già fatto, davanti al segretario generale dell’Onu, Guterres e al presidente francese Macron al recente forum Forward Africa, ad esempio. Ma questa volta il presidente keniano è andato oltre, denunciando apertamente le condizioni politiche che, a suo dire, accompagnano troppo spesso i prestiti internazionali e che finiscono per interferire con le scelte sovrane dei Paesi africani.
Intervenendo alla 26ª Assemblea generale dell'African Trade and Investment Development Insurance (ATIDI), ospitata alla State House di Nairobi, il presidente keniano ha ribadito che i Paesi africani devono ridurre la dipendenza dai finanziamenti esteri, che spesso arrivano accompagnati da richieste e condizioni che poco hanno a che vedere con lo sviluppo economico.
«È difficile andare a chiedere soldi in prestito ad altri. Ti sottopongono a ogni genere di condizioni. Ti dicono di approvare questa legge, quella sulla sessualità o altre norme che non hanno nulla a che vedere con il denaro che stai cercando», ha dichiarato Ruto, riferendosi a quelle che considera pressioni esercitate dai finanziatori internazionali. Quella della legge sulla sessualità è un chiodo fisso del presidente, che in questo si è sempre considerato conservatore e allineato con gran parte dei governi del continente.
Secondo il capo dello Stato, il continente dispone già di enormi risorse finanziarie che potrebbero essere mobilitate attraverso un sistema bancario e assicurativo più forte e con istituzioni finanziarie africane capaci di raccogliere il risparmio interno.
Come esempio, Ruto ha citato il National Social Security Fund (NSSF), il fondo pensionistico nazionale del Kenya. In sessant'anni il fondo aveva accumulato risparmi per 312 miliardi di scellini keniani, ma negli ultimi due anni il patrimonio è cresciuto fino a 680 miliardi. Entro il prossimo anno, ha assicurato il presidente, il valore dei fondi raccolti sarà addirittura triplicato rispetto a quanto accumulato nei primi sei decenni di attività.
Per Ruto questo dimostra che il problema dell'Africa non è la scarsità di capitale, bensì la capacità di organizzarlo e indirizzarlo verso investimenti produttivi.
Lo stesso principio, ha spiegato, è alla base del nuovo National Infrastructure Fund, che dovrebbe raggiungere entro pochi giorni una dotazione di circa 300 miliardi di scellini. Attraverso strumenti finanziari e investimenti privati, tali risorse saranno utilizzate come leva per finanziare grandi opere infrastrutturali nel Paese.
Il presidente ha quindi rilanciato il concetto di una "Nuova architettura finanziaria africana per lo sviluppo", invitando i governi del continente a rafforzare le proprie istituzioni invece di affidarsi prevalentemente ai finanziatori internazionali.
Durante l'incontro Ruto ha inoltre ringraziato ATIDI per il sostegno fornito al Kenya, ricordando che l'organizzazione ha facilitato investimenti per oltre 7 miliardi di dollari nei settori dell'energia, dei trasporti, dell'industria, dell'agricoltura e del commercio.
Per consolidare questa collaborazione, il Kenya aumenterà progressivamente la propria partecipazione nell'istituzione, passando da 25 a 65 milioni di dollari.
Le dichiarazioni del presidente si inseriscono in un dibattito sempre più acceso sul futuro del finanziamento dello sviluppo africano. Negli ultimi anni numerosi governi del continente hanno cercato di ridurre la dipendenza dal debito estero, sia per contenere l'aumento degli interessi sia per rafforzare la propria autonomia nelle scelte economiche e politiche. Resta tuttavia aperta la sfida più difficile: riuscire a trasformare il consistente risparmio interno in investimenti capaci di sostenere crescita, occupazione e infrastrutture senza compromettere la sostenibilità finanziaria dei singoli Paesi.
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