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Nel caffé di Nairobi dove si ordina a gesti

Un locale unico in Kenya che insegna molto

04-07-2019 di Freddie del Curatolo

Può sembrare naturale, quasi un segno dei tempi, nella frenetica e rumorosa metropoli keniana, in uno dei verdi viali dello scollinante quartiere di Lavington, imbattersi in un bar ristorante in cui i clienti non fanno che gesticolare con i camerieri.
Entrando nel locale, all'interno di un giardino arredato tra il vintage e l'arte ormai felicemente di moda del riciclo, pensi che stiano intavolando discussioni animate, addirittura litigando. Invece ti rendi conto, con gran sorpresa, che i clienti al Pallet Cafè non parlano mai con chi li serve e che questo è uno dei luoghi di ritrovo più silenziosi di Nairobi.
Il Pallet Cafè è l’unico locale del Kenya e uno dei pochi al mondo dove il personale ha disabilità uditive complete. In poche parole, qui sono tutti sordi, camerieri e cameriere ti accolgono con il linguaggio dei segni e con t-shirt nere con la scritta “I am deaf” (io sono sordo).
Oltre al silenzio, che distingue il bar ristorante da tutti gli altri della città che specialmente a ora di pranzo è tutta un chiacchericcio e un rumore, c’è un incredibile approccio di rispetto da parte dei clienti, che si concentrano sull’espressività, affinano la loro conoscenza del linguaggio dei segni e si accertano sempre che chi li sta servendo abbia capito bene l’ordinazione.
Allo stesso tempo, però, in molti abbassano la suoneria del cellulare ed evitano di utilizzarlo per ascoltare musica o guardare video, come invece avviene in altri locali.  
Al Pallet ti fanno accomodare e ti consegnano il menu che nella prima pagina, al posto di cibi o bevande con relativi prezzi, ha disegnati gli elementi essenziali del linguaggio dei segni, per poter ordinare.
Dal canto loro, i camerieri non potendo udire i richiami dei clienti, controllano continuamente la situazione della sala, con un’attenzione sicuramente maggiore di quanto fanno i loro colleghi che avrebbero orecchie per intendere, ma anche per distrarsi più facilmente.
Per chi proprio non ci sa fare con i gesti, c’è anche un taccuino con una penna, sul quale si può scrivere il proprio ordine. Specie quando ci sono richieste speciali allo chef che sì, ci sente, ma di certo non può mandare a quel paese i suoi colleghi come spesso fanno i cuochi fumantini.
Eppure c’è sempre qualcuno che non ci crede o che sa bene che da qualche parte siano nascosti due padiglioni auricolari funzionanti, così invece di scrivere o gesticolare, inizia ad urlare più forte del normale: “VORREI UNO SPIEDINO DI CARNE CON PATATINEEE E NIENTE PICCANTE PER FAVOREEE”.
Con il rischio di essere osservato come dire: “Io sarò sordo, ma tu sei da manicomio”.
E hanno ragione, perché ad osservare ed ascoltare tutto ed intervenire solo in caso di vera necessità, c’è la sempre la manager del locale Susan o la sua sostituta.
“Vi sono casi in cui alcuni clienti possono dubitare che chi li serve comprenda perfettamente il loro ordine, in quel caso intervengo io – spiega la manager al cronista del quotidiano The Star – ma ce n’è sempre meno bisogno, abbiamo aperto a gennaio e in tutti questi mesi è stato fatto un addestramento serio”.
Dicono che oggi la gente non sappia più ascoltare, che si parla spesso a vanvera e si tende ad urlare per imporre le proprie opinioni, piuttosto che discutere pacatamente.
Al Pallet Café non può succedere niente di tutto questo, e non è un caso che si faccia amicizia, tra camierieri e clienti che alla fine diventano presenze fisse, ma anche tra gli stessi avventori.
Perché il silenzio è sempre un saggio amico, sincero e rispettoso che insegna la vera condivisione e comprensione, altro che un distratto "like" su un social network.
Ecco che il locale di Lavington è una metafora della nostra epoca di valori sepolti, di umanità da sbandierare meno e vivere di più. 
Edward, il capocameriere ha 24 anni ed è nato sordo da un orecchio, poi da giovane polvere e fango dell’area rurale e povera dove viveva gli hanno compromesso anche l’altro.
“Qui le persone capiscono la mia disabilità e sono sempre disponibili ad aiutarmi per quanto è nelle loro possibilità –racconta - Cercano di farmi integrare nella comunità”.
Edward prima di diventare cameriere aveva lavorato nel Kajado come artigiano, ma si sentiva trattato come un vero disabile, i clienti lo scartavano e i datori di lavoro lo lasciavano a casa preferendogli un ragazzo non disabile anche se meno bravo.
Ora, grazie al lavoro, Edward ha potuto frequentare il Karen Technical Training Institute for the Deaf e diplomarsi, così come la collega Jacqueline che ha studiato all’Accademia speciale dell’Aga Khan e si è messa in cerca di impiego. Mai avrebbe immaginato di trovarlo nel settore dei servizi, di lavorare con il pubblico”.
Parafrasando il proverbio, non c’è peggior sordo di chi non vuole lavorare, così il piccolo Pallet Cafè è riuscito silenziosamente a ritagliarsi la sua fetta di business, nella zona dove spopolano giganti della ristorazione come Java e Artcafé e allo stesso tempo a portare alla cronaca il problema dell’inserimento dei disabili, di qualsiasi disabilità, nel mondo del lavoro e perché no, anche nell'hospitality. Secondo un’indagine del 2018 di ILO Kenya, il dieci per cento della popolazione del Kenya ha una forma di disabilità anche parziale.
Ma attenzione, il locale di Nairobi non fa parte di alcun progetto sociale. Il proprietario keniano Fesul ci tiene a precisare che ha concepito il Pallet Café come un locale assolutamente in linea con gli altri, così come sono normali le condizioni dei suoi dipendenti, stipendio e tasse comprese. Ma proprio perché questa idea sta facendo scuola, almeno in una realtà in espansione come Nairobi, è sicuramente un esempio da imitare e lo stesso proprietario, senza fare “orecchio da mercante” sta già pensando di aprirne un altro.

Guarda la gallery nel sito: https://pallet-cafe-restaurant.business.site/

TAGS: locali nairobistorie kenyaristoranti kenya

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