Editoriali

EDITORIALE

"Coraggio" del Kenya, "incoscienza" tanzaniana, chi ha ragione?

Pensieri di un italiano in Est Africa sulla pandemia

27-07-2020 di Freddie del Curatolo

Se in questi mesi per un italiano non è stato facile coltivare e far crescere dentro sé un pensiero coerente sulla pandemia, condiviso dalle proprie paure, da esigenze e preconcetti, figuriamoci per un italiano che vive in Kenya.
Abbiamo letto ed ascoltato, ma non vissuto personalmente, una notevole strage di persone anziane e malate, ma anche di qualche connazionale che non era vecchio e non pensava di essere malato.
Qualcuno ha anche perso amici e parenti che, ancor meno di chi stava in Italia, ha potuto visitare o a cui ha dovuto negare almeno una vicinanza virtuale.
Insomma, anche chi è rimasto tra palme e banane, così come tra le verdi colline di Karen Blixen, si è fatto l’idea che il Coronavirus esiste e c’è chi ci lascia le penne.
Certo, qui in Africa, lo abbiamo ricordato più volte, è tutto diverso.
Spesso è quel che fa innamorare gli occidentali di questo posto, lo sappiamo.
Il fatalismo della popolazione locale, il senso ancestrale del fluire delle cose e della sua ineluttabilità, la precarietà del vivere della maggior parte delle persone che incrociamo nella quotidianità del Kenya: ecco i motivi principali per cui uno di noi può permettersi di essere agnostico sulla pandemia.
I dati che vengono propinati con il beneplacito delle organizzazioni internazionali che li raccolgono in graduatorie mondiali riducendoli ad una simil classifica della Premier League, il computo dei deceduti e quello dei ricoverati in terapia intensiva negli ospedali keniani, a cinque mesi dallo scoppio del bubbone Covid-19, sinceramente non possono ancora preoccupare.
Se lo fanno, è semplicemente perché tutto intorno ci sono Paesi messi peggio e si teme che prima o poi questo possa accadere anche a Nairobi e dintorni. D’altronde, in Kenya da sempre si dice che tutto accade “pole pole”.
E soprattutto, preoccupare chi?
I keniani che ogni anno vedono morire a frotte parenti e compaesani di malaria? (40.000 casi accertati nel Paese, più quelli non ufficiali) o una fetta dei malati di Aids (1 milione e 100 mila) che non seguono o non possono permettersi cure adeguate?
O ancora, le donne dei villaggi rurali che muoiono di complicazioni del parto o di infezioni collegate (circa 5.000 all’anno), quelle che perdono la vita per aborti clandestini (parecchie centinaia), le vittime di TBC polmonare (più di quelle della malaria, tra cui moltissimi bambini).
Il fatalismo e l’accettazione della dipartita terrena come parte stessa della vita, per l’africano da sempre sono anticorpi naturali, che diventano anche difese immunitarie del sistema sociale.
Decidessero solo di incazzarsi con chi amministra la sanità, come tanti hanno fatto in Italia, anche solo abbaiando o affidandosi agli avvocati, qui sarebbe rivoluzione perenne.
Dall’altra parte, o meglio in alto, c’è un Governo piuttosto indebitato con i Giganti economici della Terra che dall’inizio ha stretto alleanza con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e ne segue rigorosamente i dettami, motivato anche da finanziamenti e sconti vari.
Ma c’è anche una classe media, formatasi grazie all’approccio con la new economy, che coltiva le stesse ambizioni e inizia a soffrire degli stessi mali del “Primo” Mondo: si cura, si mette a dieta, si indebita per elettrodomestici e tecnologia, va in vacanza, si suicida per amore e via dicendo.
A loro il Covid-19 fa sicuramente più paura, perché hanno qualcosa di serio da perdere e da tempo non vivono più alla giornata.  
Tornando agli italiani in Kenya, noi qui viviamo quasi tutti grazie al turismo o al suo indotto e comunque all’afflusso di stranieri nel Paese anche per business o altre ragioni.
Il lockdown prolungato, che servirebbe secondo tutti (e perché non crederci?) a preservare il Paese dall’ingresso del Coronavirus travestito da camionista ugandese, da profugo somalo o da commerciante asiatico (dato che gli altri Paesi per ora sono comunque chiusi anche in uscita), ha messo in ginocchio parecchi connazionali che amano vivere da queste parti ma non sono nè nababbi né avventurieri d’antan.
Bene, a questo punto direte: questa è la situazione e il Kenya ha fatto quel che doveva fare.
Cosa possiamo fare se non attendere che passi e si torni ad una parvenza di normalità?
Ben poco, se non cercare di capire cosa succede da qualche mese a questa parte nella vicina Tanzania.
Per fare un riassunto breve, i “cugini” tanzaniani hanno iniziato come il Kenya, il primo mese, a contare i casi di Covid-19, a fare tamponi a chi mostrava sintomi e al personale medico, specialmente nelle città.
Tirando le prime somme e vedendo che il Covid-19 aveva portato in ospedale 509 persone di cui 21 erano decedute, l’autoritario Presidente John Pombe Magufuli, ha deciso di sottrarsi al gioco (o giogo) dell’OMS e non riferire più i dati, non spendere soldi pubblici né tantomeno indebitarsi per acquistare tamponi, ventilatori e attrezzare reparti di terapia intensiva in un Paese di 60 milioni di persone in cui se già quando stai male trovi un ospedale funzionante è un mezzo miracolo.
Per alcuni uno scriteriato dittatore che mette in pericolo la vita di milioni di “sudditi”, per altri un uomo realista ed illuminato che non si fa mettere i piedi in testa dalla globalizzazione, a costo di rimanere “povero” e isolato, Magufuli ci ricorda che gli africani così hanno sempre vissuto e non sarà un virus che per ora ha ucciso meno dello 0,001% della popolazione mondiale e nel suo Paese in un mese il 5% dei morti di malaria, a peggiorare le cose.
La vita dei tanzaniani, secondo Magufuli, di professione economista, peggiora se si chiudono i microcommerci, i trasporti, la vita anche povera di tutti i giorni.
Così infatti non è stato. La Tanzania ha chiuso le frontiere solamente perché non c’erano più voli internazionali, quelle di terra con Zambia, Mozambico, Ruanda, Burundi e Kenya sono rimaste sempre aperte.
Ora addirittura, primo tra gli Stati dell’Africa Subsahariana, ha riaperto al turismo.
Intendiamoci, non perché sia Covid Free come da propaganda, ma perché si vede il virus per come si sta comportando fino ad ora all’Equatore.
Buona parte degli autisti di mezzi pesanti che si presentano alla dogana tra Tanzania e Kenya risultano positivi al tampone e vengono rispediti oltreconfine.
Stessa Africa, Paesi attigui e probabilmente stessa filosofia popolare.
Ma direttive completamente diverse.
Di cui quella del Governo tanzaniano potrebbe apparire incosciente, ma di sicuro è più realista e tratta il Covid-19 per quello che è.
Un gran figlio di buonadonna come tanti ne puoi incontrare in giro, pericolosi o meno.
Chissà che non sia più giusto e naturale confrontarsi con lui alla giornata, vedere come si comporta, diventarci amico o semplice conoscente. Ignorarsi con rispetto o riceverlo in casa facendogli capire che dovrà serenamente seguire le sue regole, un po’ come quando sei ospite di una famiglia maasai nella loro manyatta.
Gli italiani che vivono a Zanzibar o sulla terraferma ci assicurano che gli ospedali non traboccano di gente con sintomi da Coronavirus, che non ci sono code insolite davanti alle camere mortuarie e soprattutto che anche nelle metropoli come Dar Es Salaam la vita continua tranquillamente da mesi con mercati sovraffollati, ristoranti e negozi aperti e senza obbligo di mascherine.
C’è un’attenzione, soprattutto nei luoghi frequentati da occidentali, per la sanitizzazione e il lavaggio delle mani, e un generale richiamo alla pulizia che è comunque buona regola e in Africa potrebbe essere l’unico strascico positivo lasciato dalla pandemia.
Per il resto, alcuni video messi in rete dall’emittente online AYO mostrano effettivamente aerei della compagnia Ethiopian che sbarcano all’aeroporto di Kilimanjaro pieni di turisti tedeschi e scandinavi che si godranno le meraviglie della Grande Migrazione (lodge nel Serengeti con buona occupazione, in questi giorni) e hotel sulla costa e a Zanzibar che si preparano  alla stagione estiva.
Persino la stampa keniana appella questi turisti come “coraggiosi”.
“Brave tourists back in Tanzania to see the Migration” (Turisti coraggiosi tornano in Tanzania per la migrazione) titola il quotidiano nazionale Daily Nation, lo stesso che ha cercato di terrorizzare la popolazione con un articolo in prima pagina dal titolo “Prepariamoci al peggio” in cui si mostrano artigiani alle prese con produzione seriale di bare in attesa del “picco” del Covid-19 nel Paese.
Pare che anche il Kenya, nel suo processo di modernizzazione, di crescita verso parametri mondiali che misurano il benessere con il PIL sopra il 5% e la considerazione delle potenze mondiali con i debiti contratti, lasciando i poveri in balia di sé stessi o al massimo di volonterose e consenzienti NGO, abbia capito che il terrorismo psicologico rende e fa guadagnare. 
Altrimenti come si potrebbe pensare che un Paese in cui dallo scorso marzo il 90% dei casi positivi sono asintomatici e guariscono senza ammalarsi e senza cure, il 50% dei deceduti (quindi ad oggi 140 persone) erano già con un piede nella fossa e un altro 40% era a rischio, stia ancora considerando di restare chiuso e con regime di coprifuoco?
E tutti i keniani che cercano, con comprensibili difficoltà, di vivere alla giornata come se niente fosse, dimenticando di indossare la mascherina, continuando a risparmiare 20 scellini che permettono un pasto al giorno salendo in 3 su un taxi motocicletta e conservando la poca acqua per lavarsi a fine giornata e non ogni minuto le mani, sono incoscienti o coraggiosi?
Questo viene da pensare ad un italiano in Kenya che esce in strada ed interagisce, pur con tutte le precauzioni del caso (anche un po’ per mediterranea scaramanzia...).
Ho sempre detto che qui spesso si vede la realtà capovolta e che, per quel che è diventata la realtà altrove, è questo il verso giusto per considerare la vita.
E continuo a pensare che per vivere da keniano ci sia bisogno di una certa dose di incoscienza.
Vuoi vedere allora che nella realtà capovolta “coraggioso” sta diventando sinonimo di “incosciente”? 
Eh, già, ci vuole un bel fegato oggi per decidere di vivere, la paura invece non costa alcuno sforzo.
Peccato che uccida tutto quello che non muore con il corpo.

 

(nella foto by Malindikenya.net: Oyster Bay - Dar Es Salaam)
 

TAGS: kenya tanzaniakenya covid-19kenya riapertura

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