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AMICI DELLO TSAVO

Ecco come è stato salvato un "Big Tusker" nello Tsavo

L'operazione di KWS e Sheldrick con un elefante vittima del bracconaggio

15-10-2020 di Giovanna Grampa

Le storie in savana spesso si intrecciano con destini diversi.
Un cucciolo di elefante nasce e a pochi chilometri di distanza dei bracconieri lanciano frecce avvelenate ad un esemplare magnifico con zanne da trofeo. E’ quanto accaduto pochi giorni fa allo Tsavo East National Park. 
Assistere ai primi passi incerti di un cucciolo nato da qualche ora è una sensazione che non può essere espressa con nessuno dei termini che di solito indicano le emozioni; vedere e toccare inoltre la placenta che lo ha custodito per 22 mesi nel grembo materno è un sogno inseguito da lungo tempo. Decisamente, per me, un giorno fortunato ma ancor più lo è stato per un magnifico esemplare di elefante che si è trovato davanti a noi durante i nostri soliti percorsi di ricognizione alla ricerca di animali ammalati o feriti.
Alla pozza di Aruba una famiglia di elefanti si sta abbeverando con movimenti consolidati di pigra sonnolenza, senza tempo. In lontananza un vecchio maschio solitario si avvicina con andatura rallentata e costante. E’ un animale possente, poderoso, come ormai se ne vedono pochi nel parco dello Tsavo: la testa gigantesca, la fronte convessa mentre la proboscide penzolante è incorniciata da un paio di zanne eccezionalmente lunghe e curve, d’avorio spesso e lucido. Si fa largo alla pozza mentre gli altri elefanti, per rispetto gerarchico, si fanno da parte lasciandolo solo, unico attore di scena. Le sue enormi zanne ai nostri occhi appaiono come colonne di marmo di un antico tempio greco. Questo raro esemplare porta un radiocollare, pesante e scomodo, a testimonianza del suo rango speciale, un gigante fra i giganti, capo supremo di tutti gli elefanti della savana. Fa parte di quei venti elefanti che nel febbraio 2018 sono stati radiocollarati nella Tsavo Conservation Area, che comprende Tsavo East e West, grazie ad un progetto finanziato da sponsors americani.
Per cinque giorni veterinari, piloti e rangers hanno percorso più di 1.300 chilometri per catturare venti elefanti a rischio. L’operazione è stata realizzata grazie alla sinergica collaborazione tra KWS, Save The Elephants, Tsavo Trust e con il supporto aereo di Wildlife Works.
L’elefante, dopo aver bevuto, gira la testa verso di noi guardandoci con i suoi occhi porcini dall’espressione un po’ miope, agita la proboscide in cerca del nostro odore muovendo le orecchie in segno di fiducia.  Anche se non emette nessun suono so che sta comunicando con noi, nel suo mondo di vibrazioni, l’antico linguaggio praticato, trasmesso e appreso ad ogni generazione: il linguaggio della sopravvivenza. Istintivamente sento che dobbiamo osservarlo con più attenzione perché non è la prima volta che un elefante ci chiede aiuto con la mimica dei suoi gesti. Concentrati nell’osservare la bellezza delle zanne con il contrasto dell’ingombrante radiocollare non ci eravamo infatti accorti di un buco presente sull’addome vicino alla zampa sinistra, roseo con un’escrescenza biancastra al centro. Una strana ferita che sinceramente non avevamo mai notato in altre occasioni: ha la grandezza di un foro di un proiettile di grosso calibro ma ci viene il sospetto che possa essere anche la punta di una freccia penetrata nella pelle coriacea dell’elefante. In ogni caso l’animale va soccorso e se fosse proprio una freccia avvelenata il suo destino sarebbe segnato da una lenta e dolorosa agonia, prima di trovare la morte. La zona non è servita da network e appena troviamo linea inviamo qualche foto al responsabile del soccorso animale della Sheldrick Wildlife Trust. Intanto il nostro gigante, dopo essersi dissetato a lungo, si allontana tranquillamente in direzione delle Dika Plains con passi misurati e rallentati senza apparenti cedimenti, nella sua savana ondulata e cespugliosa, mentre il tramonto colora il cielo di mille sfumature infuocate che scivolano poi in chiarori rosa e violacei.
L’animale però è in pericolo: ce lo conferma un messaggio che riceviamo la sera, durante la cena. Si fa strada il forte sospetto che dei bracconieri lo abbiano ferito con frecce avvelenate e per questo si deve organizzare la ricerca alle prime luci dell’alba del giorno successivo, con urgenza. La presenza del radiocollare faciliterà la ricerca perché consente di tracciare i movimenti del pachiderma per agire in tempi brevi e far fronte ad eventuali complicazioni.
Con l’aiuto del pilota Keith Hellyer di Wildlife Works, che ai tempi aveva già partecipato all’operazione di collarizzazione, il supporto della Tsavo Trust per gli spostamenti degli elefanti tramite GPS e il team della Sheldrick , pronto ad intervenire da terra con il veterinario Dr. Kariuki, dell’Unità veterinaria del KWS di Amboseli, iniziano le ricerche e in tempi brevi l’ elefante viene segnalato e raggiunto nella zona del Satao Camp.
Un dardo, caricato con un sonnifero, immobilizza l’animale che, purtroppo, nel cadere a terra s’appoggia al suolo dalla parte sbagliata. Con cinghie resistenti e manovre impegnative, a fatica viene girato sul lato sinistro per verificare il foro sospetto da noi segnalato.
La squadra entra in azione per curare la ferita e disinfettarla, accertando che si tratta proprio di una freccia penetrata nel derma rugoso e consistente del povero animale. Una volta somministrati antibiotici, antidolorifici e antiinfiammatori si procede ad iniettare un antidoto per il suo risveglio.
Qualche minuto di apprensione e poi finalmente il gigante, a fatica, tenta di rialzarsi; intontito fa leva sulle sue zampe e con uno sforzo immane si risolleva barcollando ma incolume e lentamente raggiungere il branco, allontanato preventivamente dalla zona di azione per evitare interferenze. A volte, si sa, gli elefanti tentano di sollevare un membro della famiglia caduto a terra con la frenesia di una agitazione collettiva.
Una storia a lieto fine per il nostro elefante, un gigante figlio del dio Tsavo, dalle solide zanne d’avorio, la sua gloria e la sua maledizione. Da duemila anni l’uomo dà la caccia agli elefanti per procurarsi questo oro bianco, considerato dai faraoni una delle sostanze più belle e più preziose al mondo. Ma i bracconieri, purtroppo, sono ben organizzati e non abbandonano facilmente il loro progetto di morte e guadagni.
Dobbiamo perciò sperare che i cacciatori di frodo non ritornino nuovamente in azione approfittando della mancanza di turisti in un periodo in cui gli animali si sentono tranquilli nel loro ambiente e per questo sono più vulnerabili e indifesi. Esistono gli strumenti per poterli controllare e proteggere: gli scomodi radiocollari, duri come un nastro trasportatore, a questo devono servire. Agli addetti ai lavori spetta l’onere di alzare il livello di guardia e avvicendarsi nel controllo, giorno e notte, perché in questo periodo ogni mancanza potrebbe essere fatale per i pochi giganti della savana rimasti. Per quanto ci compete noi cercheremo di intensificare il controllo e il nostro impegno.
Il mondo complesso ed affascinate della fauna nella savana ci regala sempre esperienze indimenticabili. Un’antica leggenda narra che chi  trova la placenta di un elefante appena nato sarà baciato dalla fortuna e noi ci riteniamo non solo fortunati ma onorati per avere incisa nel cuore l’immagine di un cucciolo neonato, incespicante sulle sue zampe incerte e malferme mentre cerca di succhiare il suo primo latte dalle mammelle turgide della madre, e di un gigante della savana che si avvia silenziosamente con la sua mole imponente nell’erba alta e secca dello Tsavo, salvo per merito di un intervento tempestivo.   

Foto della Fondazione David Sheldrick

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TAGS: elefanti tsavotsavo est kenya

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