Reportage

REPORTAGE

Al funerale dei Mijikenda, da Mzee Katana

Quel che resta di un popolo piange il suo sacerdote

03-02-2014 di Freddie del Curatolo

E' raro vedere tanti sguardi tristi tutti assieme, se sono quelli di un popolo che è abituato ad aspettare i segni funesti del destino come eventi naturali che regolano da sempre la vita degli esseri umani, come quella delle piante e degli animali.
Raro vedere donne anziane, solitamente mute e granitiche come baobab, piangere e urlare con voce acuta e sottile che pare squarciare il cielo luminoso di una torrida giornata nell'entroterra di Watamu.
Raro ma non incredibile, se si assiste al funerale del più anziano, autorevole e amato tra i "gohu", i sacerdoti dell'etnia Mijikenda.
Mzee Katana Kalulu, assassinato a 93 anni da sicari pagati da uno dei suoi figli, è stato un leader senza mai volerlo essere, un'icona sporcata dai tempi moderni, da quest'epoca in cui il Kenya guarda avanti e vuole dimenticarsi il buono che è nascosto nelle sue antiche tradizioni.
Così anche la sua uccisione diventa una metafora, una terribile cartina di tornasole della veloce e inesorabile scomparsa di un'intero popolo, composto da nove tribù di stanza sulla costa del Kenya da più di tredici secoli. 
Le nuove generazioni stanno appropriandosi delle loro presunte eredità, con veemenza e senza nessun rispetto per i loro padri. La terra, soprattutto la terra è quel che conta. Il tesoro più grande che gli anziani hanno saputo e voluto conservare, cedendo solo se costretti alle lusinghe tradotte in moneta sonante di occidentali o ricchi compatrioti emergenti. La nuova religione che da noi ha già svelato le sue colossali pecche, sta facendo proseliti presso i giovani che non sanno nemmeno più di essere Mijikenda. Soldi, maledetti e subito è quel che chiedono. Con fame, con arroganza. Arrivano ad accusare di stregoneria i nonni che da piccoli li curavano con le erbe di campo, che lenivano i loro dolori di stomaco con decotti e salvavano la loro vita con medicine naturali quando venivano morsi dal black mamba. Gli danno la caccia come fossero demoni, e li sgozzano come maiali per impadronirsi dei loro beni. Ingaggiano killer, pagandoli poco meno di mille euro. Questo vale la vita di un uomo di novant'anni. 
Alcuni di loro sono qui, al suo funerale. Bevono birra alle 10 del mattino, vanno e vengono su motociclette rumorose, alzano lo sguardo davanti a chiunque. Dall'altra parte, oggi, ci sono tutti. James Karisa Mwarandu, l'avvocato giriama che ha fondato la Malindi District Cultural Association, di cui Mzee Katana Kalulu era fervente sostenitore, Peter Shee, eletto parlamentare nella circoscrizione di Ganze, entroterra di Kilifi, e nominato leader della comunità. Veste il bianco khanga degli avi e indossa in testa un copricapo di piume di uccello e pelle di facocero. Da Kaloleni è arrivato Wanje, il figlio di Simba, l'ultimo Re dei Mijikenda. Ci sono altri dodici o tredici "gohu" arrivati da ogni angolo della costa. Insieme fanno più di mille anni. C'è l'intera storia di un'etnia, libri di sangue che raccontano nel loro idioma di leggende, lotte e storie di straordinaria sopravvivenza. Sfilano davanti alla bara del loro confratello, mentre le donne danzano e cantano le nenie popolari che lui stesso intonava. I meno anziani tra i seguaci dei Madca sollevano la cassa e la trasportano in una radura tra i cespugli del terreno in cui Mzee Katana era solito vagare, in quel campo della casa che aveva costruito all'alba dell'indipendenza del Kenya. Aveva lottato per la sua patria e rinnegato gli inglesi che gli avevano fatto prendere la patente di guida e lo utilizzavano come driver. Aveva stretto alleanza e amicizia con il Movimento dei Mau Mau. Oggi è presente il Presidente dell'Associazione dei Veterani dei Mau Mau, Kahengeri. E' suo il discorso più toccante. 
Accanto a lui il Governatore della Contea di Kilifi, l'ex ministro Amason Kingi, con altri politici locali. Oggi contano meno degli altri. La cerimonia è tutta per chi ha deciso di abbigliarsi come era solito fare Mzee Katana. Ma è un de profundis, il saluto doloroso di quello che era uno sparuto manipolo di ultimi della terra, che vivevano, pregavano e si facevano forza a vicenda in una maniera che qualcuno ha stabilito fosse retrograda, indecente, inumana. Così come nei primi anni del secolo scorso avevano stabilito che una società di stampo matriarcale non era una cosa seria. 
Noi, complici di questo e di tante altre felici esportazioni a beneficio degli aficani, non possiamo che assistere inerti a uno dei più disumani cambi della guardia. 
Kiuye Uye. 

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