L'angolo di Freddie

SATIRA

Gli italiani in Kenya e le lingue: "Evviva, qui si parla italiano!"

Come cavarsela a Malindi nonostante la nostra epica ignoranza di ogni idioma straniero

21-01-2018 di Freddie del Curatolo

L’allergia degli italiani alle lingue straniere è ben nota.
Quando si recano all’estero, spesso la loro ignoranza è supportata da validissimi alibi (“a scuola la professoressa mi odiava”, “durante un viaggio in Inghilterra ho preso la varicella”) e da alcune veniali bugie (“capisco tutto, ma ho qualche difficoltà con la pronuncia”, oppure “parlo correntemente sette lingue, ma faccio spesso confusione tra loro”). 
In quest’ottica è spiegabile il successo di Malindi, isola felice per l’ignoranza glottologica dei nostri concittadini.
Infatti quei “semianalfabeti” dei locali hanno imparato molto più in fretta la nostra lingua di quanto noi, in trent’anni, siamo riusciti a fare con la loro e con le nozioni elementari di inglese che basterebbero a farsi intendere quaggiù.
Fin dal giorno in cui avete messo piede in Kenya, vi siete resi conto che la lingua ufficiale è il kiswahili, la lingua commerciale l’inglese, ma quella più usata a Malindi è l’italiano.
Mentre infatti all’aeroporto di Mombasa il primo africano che avete incontrato vi ha omaggiato del classico saluto “Jambo!”, appena arrivati a Malindi, siete stati accolti festosamente con un “Ciao amico!” o un “Benvenuto, fratello!”, se non addirittura espressioni forbite quali “Salve, mi auguro che il soggiorno sarà di suo gradimento”, ovvero un più diretto “allora, vecchia canaglia, come ti butta?” che vi farà sentire a casa vostra, specie se siete di Frosinone o della bassa veronese.
Ogni tanto, però, la tanto propagandata ignoranza degli africani viene a galla. 
Noterete, ad esempio, che spesso se al ristorante ordinate in italiano, inspiegabilmente vi verrà servito qualcosa di diverso da quanto avevate chiesto. Eppure eravate stati chiari, con il cameriere: “Vorrei un controfiletto di carne alla piastra, non molto cotto e come pietanza di contorno un’insalata mista con poca rucola, mais, sedano tagliato fine fine, fagiolini e aceto balsamico”.
Il consiglio, per evitare inconvenienti e potersi muovere agilmente tra negozi, ristoranti e attività commerciali d’ogni tipo, è reclutare uno dei tanti ragazzi conosciuti per strada o sulle spiagge, durante i primi giorni di vacanza.
D’altronde è stata sicuramente la loro simpatia a farveli amici: tra tanti turisti, hanno scelto voi perché hanno capito che siete diversi dagli altri, più affabili, disponibili, pronti alla battuta e nient’affatto razzisti. 
Non pensavate proprio di sentir dire da un bingo-bongo qualsiasi frasi come “rosso di sera, bel tempo si spera” o di ascoltarli cantare “tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”. 
Che spasso! I più bravi, se gli direte la città o la regione di provenienza, in poco tempo sforneranno un vocabolario in dialetto da far impallidire il salumiere del vostro quartiere, in Italia.
Siete toscani? Ecco che il vostro nuovo simpatico amico se ne uscirà con un “voglio una hohahola hon la hannuccia horta”.
Siete di Napoli? Eccoli camminare ciondoloni e intonare “Uè uagliò, facimm’ ambress!”.
Che spirito, che intelligenza! Roba da non credere (ma non sono mica tutti così, purtroppo…). Di personaggi come questi ci si può fidare. Grazie a loro farete grandi affari, perché conoscono tutti i commercianti locali. Pagherete cinquemila scellini per una conchiglia che sembra fatta a mano, in realtà è stata ritrovata, pensate, oltre la dodicesima barriera corallina e potrebbe avere 112 anni.
Questi giovani dizionarietti neri in carne e ossa dai nomi rassicuranti (Totti, Prezzemolo, Pepperoni, Zucchero, Capodanno) diventeranno i vostri factotum, i consiglieri per gli affari e grazie a loro potrete trattare con chiunque, continuando a ignorare l’inglese. 
Anzi, saranno loro stessi a darvi lezioni di kiswahili, insegnandovi che habari non è moto a luogo in città pugliese, ma Come stai e che bisogna rispondere mzuri, che vuol dire bene, anche se vi hanno appena rubato il portafogli. 
I vostri amici kenioti poliglotti però non dovranno essere particolarmente avvenenti, per non correre il rischio di vederli troppo spesso accompagnarsi a vostra moglie o a vostra figlia, né vestire troppo bene, per non dare l’impressione di essere voi troppo ricchi e non poter poi pagare meno ogni cosa.
Quindi tenderete a preferire quelli un po’ trasandati, piuttosto sporchi e abbastanza viscidi.
I migliori sulla piazza sono un piccoletto vestito sempre con divise da calciatore con il quale potrete parlare delle presenze maturate in serie A dal portiere Donnarumma nella stagione 2016 e di tutti gli sport nazionali e internazionali. 
Oppure un fattissimo zoppetto (poverino) attorcigliato a un bastone più grande di lui in grado di procurarvi di tutto, da una dama di compagnia ai friggitelli, o ancora uno rappresentante di dvd pirata, uno spacciatore di vongole e un cambista in nero che assomiglia a Barry White.
Personaggi veri come questi, in Italia, non si incontrano più. 
Il barbone sotto casa a cui pagavate il bianchino oggi è un albanese incazzato che vi chiede direttamente dieci euro o vi vende la coca, lo scemo del paese se ne sta rintanato in casa e dispensa le sue perle di saggezza dalla sua pagina facebook, poi gli girano i megabytes e accoltella i genitori. 
Nessuno vi saluta se non ha bisogno di qualcosa da voi, né tantomeno si ferma a fare quattro chiacchiere.
Così avete imparato a fare la stessa cosa anche voi e ora vi stupite che qui sia tutto diverso! 
Tutti sorridono, tutti si ricordano il vostro nome! 
Ma soprattutto, che bellezza, parlano la vostra lingua!
E il margine di fregatura, con questa povera gente giovialona è talmente irrisorio che vale la pena di socializzare.
Tanto più che loro non vi rideranno mai in faccia se continuerete a dire “prendo un tutù fino al parco marino” o “vado a Watamu col macaco”, se aprirete un “Pio Box” o farete un safari nel “Max Mara”.
Perché voi non sapete le lingue, ma mica siete fessi!

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