Editoriali

ECONOMIA

Il Kenya del risparmio a un anno dal crollo Imperial

Oggi gli interessi alti fanno paura, parola d'ordine: diversificare

21-10-2016 di Freddie del Curatolo

Un anno fa 57 mila risparmiatori del Kenya, tra cui quasi duemila italiani, di Malindi, Watamu, Mombasa, Diani e Nairobi, stavano con il fiato sospeso ad attendere notizie della possibile riapertura della banca Imperial Kenya, le cui saracinesche erano state abbassate il 14 ottobre.
A dodici mesi di distanza di quel fulmine a ciel sereno, che avrebbe cambiato nei nostri connazionali la percezione del deposito bancario in Kenya come investimento e la fiducia negli istituti di credito africani, abbiamo alcune certezze ed altrettanti immutati dubbi.
Intanto è accaduto qualcosa che ad esempio in Italia non ci si potrebbe mai immaginare.
In tempi record, rispetto a burocrazia, cause legali, arbitrati ed altri impicci, sono stati restituiti in due tranche i soldi a 40 mila “piccoli” risparmiatori. Per alcuni di loro si tratta di briciole (ma sono comunque 30 mila euro circa), per molti altri, specialmente keniani, era tutta la vita di risparmi, o l’unica assicurazione per un futuro tranquillo.
Il pessimismo e la disperazione dei primi giorni ha quindi lasciato spazio ad una moderata speranza.
Oggi molti italiani della costa, che un tempo si affidavano alla “banca di fiducia”, al “cassiere simpatico”, all’impiegata “che parla bene la nostra lingua”, si barcamenano volentieri tra tre istituti di credito, Kenya Commercial Bank, Diamond Trust Bank e l’ultima arrivata Nic Bank, e magari per “diversificare” (una delle parole culto a Malindi nell’ultima stagione) hanno aperto un conto anche alla Fidelity Bank perché sta al Nakumatt e alla I&M perché è emergente.
Intanto, per chi ha investito decine di migliaia di euro e più, la vicenda continua e si alternano giorni in cui la Banca Centrale del Kenya fa la voce grossa contro gli azionisti di maggioranza di Imperial Bank (un mese fa sono stati tutti denunciati dal fondo assicurativo dello Stato KDCI) ad altri in cui gli stessi proprietari dell’istituto in liquidazione si inventano di essere vittime di qualcosa o qualcuno, o citano uno o più dirigenti statali come complici della congiura ordita dall’ex manager Janmohamed contro di loro, l’azienda e i poveri correntisti.
Come andrà a finire non è dato sapere, certo il “caso” Imperial ha avuto importanti ripercussioni sul mercato nazionale e anche nel campo della regolamentazione bancaria del Kenya. Il Presidente Kenyatta si è visto approvare dal suo Parlamento un decreto per abbassare tutti i tassi d’interesse applicati in maniera fin troppo “ottimistica” dalle banche, sui fondi d’investimento semestrali e annuali e sui conti polposi, a un massimo del 10.5%. Alcune banche erano arrivate ad offire addirittura il 18%. La stessa Imperial, poco prima dell’infarto letale del supermanager con il cuore di paglia, aveva lanciato una serie di bond al 20% che sapevano proprio di caramellina nella tasca del vecchio pervertito fuori da scuola.
Oggi è tutto più normale e anche le altre banche in bilico sono controllate molto da vicino.
E’ il caso della Chase Bank, che ha chiuso e riaperto per qualcosa di più di un semplice controllo pre-tracollo.
Un anno dopo la grande paura, il Kenya sembra essersi allineato all’Occidente anche nel mondo del risparmio e dell’investimento bancario. Meno sogni, meno fantasia e di conseguenza pochi slanci d’avventura nel mare finanziario di un Paese africano, ma qualche solida certezza in più.

TAGS: Imperial Bank MalindiKenya risparmiKenya banche

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